• EDITORIALE

Marcia per la vita, un oscuramento che comincia dalla Chiesa

La manifestazione di sabato a Roma è stata snobbata da giornali e tv, tra cui la Rai che paghiamo per il servizio pubblico. Ma la Marcia per la Vita sconta il tabù che anche nella Chiesa si è ormai consolidato a proposito di aborto, eutanasia, ecc. E le nomine di questi anni lo confermano. Il problema non è ideologico, ma semplicemente  di riconoscere che il diritto alla vita è il fondamento di una società umana e giusta.

Marcia per la vita

Snobbata e sostanzialmente oscurata da giornali e tv, salvo qualche rara eccezione. Parliamo della Marcia per la Vita svoltasi sabato a Roma. Un fatto ancora più rilevante se si pensa all’enorme spazio dato alla marcia milanese pro-immigrazione e alle buffonate di Beppe Grillo alla marcia Perugia-Assisi. Eppure tutto questo non ci sorprende, né al proposito ci si può fare illusioni solo perché, ad esempio, il presidente della Rai frequenta certi ambienti cattolici.

Resta il fatto che parlare di diritto alla vita, ricordare i milioni di bambini abortiti solo in Italia, mettere in guardia da una legge in via di approvazione che introdurrà di fatto l’eutanasia, è diventato un tabù. Non si può dire. E se proprio bisogna parlarne, allora quanti scendono in piazza per testimoniare l’amore alla vita, a ogni vita, vanno dipinti come residuati d’altri tempi, piccole frange cattoliche tradizionaliste che non si rassegnano alla modernità.

C’è da dire però che tutto questo avviene anche grazie al silenzio che nella Chiesa è calato riguardo al tema della vita. Anche qui è diventato un tabù, se ne parla giusto il minimo sindacale, un accenno qua o là giusto per far vedere che la Chiesa la pensa sempre allo stesso modo. In realtà non è così.

È evaporata la consapevolezza che l’aborto – come ha ricordato il cardinale Carlo Caffarra nell’intervento di cui ieri abbiamo pubblicato ampi stralci – sia un segno evidente dell’anti-creazione, ovvero di una ribellione diabolica a Dio, un segnale dei tempi apocalittici che stiamo vivendo. Non se ne deve più parlare: non a caso sono insistenti le voci di una prossima commissione vaticana che riesamini perfino l’enciclica Humane Vitae (durante i Sinodi sula famiglia, più di un vescovo aveva fatto questa richiesta); non a caso alla testa della Pontificia Accademia per la Vita è stato posto un vescovo, monsignor Vincenzo Paglia, che si è immediatamente messo al lavoro per distruggere tutto quanto costruito grazie a san Giovanni Paolo II. Perfino i messaggi dei vescovi italiani per la Giornata della Vita da anni evitano di parlare di aborto, malgrado la Giornata sia stata istituita nel 1978 all’indomani dell’approvazione della Legge 194.

Nella logica di non sollevare argomenti divisivi (si sa che bisogna costruire ponti e non muri) si è rinunciato ad annunciare il Vangelo della Vita, come invece invitava a fare san Giovanni Paolo II, che legava strettamente il tema della vita a quello della famiglia..

Il problema non è ideologico, come si vorrebbe far credere: non ci sono i tifosi della vita e della famiglia contro i tifosi degli immigrati. C’è solo da capire – vedi Dottrina sociale della Chiesa – che il rispetto della sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, è il fondamento di ogni società che vuole essere umana, giusta, costruttrice di pace.