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Massacro di sufi nel Sinai, il venerdì nero dell'Egitto

Sinai, il massacro nella moschea di al Rawda

Per l’Egitto ieri è stato il venerdì nero. Realmente nero. Non un giorno di preghiera, come da religione islamica, neppure un’occasione di sconti e acquisti all’ingrosso, come in Occidente. E’ stato un giorno di massacro: gli jihadisti hanno colpito i musulmani sufi in preghiera nella moschea di al Rawda, nella città di Bir al Abed, nella penisola del Sinai. Secondo un bilancio ancora provvisorio, i morti sono 235.

Secondo una prima ricostruzione degli avvenimenti, i terroristi sono giunti a bordo di fuori strada nel momento della preghiera del venerdì. Dopo aver lanciato granate sulla folla dei fedeli, hanno iniziato a sparare con i mitra contro tutti quelli che cercavano di fuggire. Poi hanno sparato anche contro i primi soccorsi medici in arrivo. Hanno anche dato fuoco ai veicoli parcheggiati di fronte alla moschea per impedire la fuga dei fedeli e per aumentare il livello di panico. Una strage. I 235 morti, ancora secondo un bilancio provvisorio, possono aumentare di ora in ora. La massa dei feriti ha intasato gli ospedali della zona. Si tratta già dell’attentato più sanguinoso della storia recente egiziana.

Il presidente Al Sisi ha dichiarato che la risposta sarà effettuata con “forza bruta” da parte dell’esercito. Secondo notizie non ancora confermate, vi sarebbero già state nel pomeriggio di ieri, le prime incursioni aeree contro basi individuate dello Stato Islamico nel Sinai, sulle montagne attorno a Bir al Abed. Al Sisi ha anche proclamato tre giorni di lutto nazionale. L’attentato, comunque, mostra quanto ci sia ancora da combattere per il controllo del Sinai, nonostante quattro anni di intensa attività contro-insurrezionale da parte del governo.

Non è ancora arrivata alcuna rivendicazione da parte dei terroristi. Non si sa ancora con certezza chi possa aver commesso un attacco così spietato, anche se i sospetti portano tutti allo Stato Islamico, che nel Sinai sta pazientemente costruendo la sua roccaforte. Il bersaglio può essere indicativo per capire il movente, se non altro. Finora la branca egiziana dell’Isis aveva attaccato soprattutto forze di sicurezza, esercito e chiese cristiane. Nell’ultima azione da loro rivendicata, a settembre, nei pressi di El Arish, gli jihadisti avevano attaccato un convoglio della polizia, uccidendo 18 agenti. Sempre dello Stato Islamico è la rivendicazione dell’attentato al volo charter dei russi, decollato da Sharm el Sheik, distrutto in volo da una bomba a bordo il 31 ottobre 2015 (224 morti, tutti i passeggeri e l’equipaggio).

Questo sarebbe dunque il primo attacco massiccio del movimento terrorista contro fedeli musulmani in preghiera. Ma i sufi, che praticano un islam mistico, sono nel mirino dello Stato Islamico, che li considera degli “eretici”. Già nel dicembre del 2016, lo Stato Islamico aveva rapito e decapitato due anziani religiosi sufi, nel Sinai. In quella occasione, nel loro video di propaganda, gli jihadisti avevano intimato i sufi a “pentirsi”, pena la morte. Potrebbe anche esserci una componente etnica, nel movente. L’attentato viene letto da alcuni osservatori, come una punizione contro il clan beduino dei Sawarka, schierato al fianco dell’esercito e disponibile a collaborare per l’individuazione dei jihadisti. Questo rafforzerebbe la tesi che a colpire può essere stato veramente lo Stato Islamico. Anche se si attende una rivendicazione, prima di darlo per certo.