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Meno partiti, più società

La crescita dell'antipolitica è un allarme. In Italia i partiti hanno troppo potere, penetrano in troppi ambiti, sono lo snodo di troppe nomine. E il boom di liste civiche non è positivo.

L'antipolitica


Tutti dicono che sta montando nel Paese l’antipolitica. Il presidente Giorgio Napolitano invita a distinguere tra le mele marce e i partiti come tali che, a suo dire, ospitano anche tanti militanti onesti e, soprattutto, sono una struttura fondamentale della democrazia perché fanno transitare le istanze dalla base alle istituzioni. Però il quadro delle malversazioni, sia nell’utilizzo anomalo dei finanziamenti pubblici sia per i casi di corruzione e concussione, è talmente vasto e trasversale da motivare un senso di scoraggiamento. Che però non dovrebbe diventare impolitico o antipolitico e cadere nel moralismo populista, ma elaborare riflessioni e nuove idee.

Una nuova legge sul finanziamento dei partiti può essere utile. La via della trasparenza e dei controlli è senz’altro condivisibile. Rimborsi ridotti e oculati, autorità di controllo, sussidiarietà fiscale, ossia possibilità che i singoli cittadini possano destinare ai partiti quota del loro gettito di tasse secondo la modalità del 5 per mille o altre che in questi giorni vengono proposte, sono strade da perseguire. Sarebbe però ingenuo pensare che tutto si risolvesse solo con nuove regole. La prima risposta dei partiti è stata questa, adoperata anche per motivi di immagine, ma non può essere la sola. A riprova di ciò essa si è presto incagliata nelle resistenze a dare pubblica dimostrazione di virtù rinunciando all’ultima tranche di rimborsi e nelle difficoltà incontrate in Parlamento dalla proposta di legge di Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini. Sulla scia del momento si fa poco di buono, mentre sale nella società il moralismo di ritorno che pretende di mettere tutti sotto accusa in un clima da caccia alle streghe.

Una delle strade maestre da perseguire nel prossimo futuro è un ridimensionamento dei partiti. Qui da noi i partiti hanno troppo potere, penetrano in troppi ambiti, sono lo snodo di troppe nomine. In questi giorni  è in atto in molte città italiane la campagna elettorale per le prossime amministrative. Molti candidati che hanno occupato, per nomina dei partiti, posti chiave nelle aziende partecipate ora promettono, se eletti, di porre fine al sistema delle nomine politiche. Molti investono fior di quattrini nella campagna elettorale in modo ingiustificato se si valuta il compenso di consigliere o di assessore, segno che l’investimento non è tanto sulla poltrona nell’amministrazione locale ma per l’ingresso  in un mondo che può aprire tante porte. Per i partiti passano le nomine negli  enti locali, le fondazioni da loro partecipate, le aziende municipalizzate o partecipate, passano i rapporti degli enti pubblici con le cooperative e tutta una fitta serie di reti e collegamenti. Non che i partiti siano sempre e solo i potenti in questo gioco, talvolta fanno anche la parte dei deboli nei confronti di altri poteri forti, ma non c’è dubbio che essi sono un snodo fondamentale del sistema di posizionamento nei luoghi che contano nella società locale.

I partiti sono, in altri termini, troppo pesanti e in un’epoca di pragmatismo e di carenza di riferimenti ideali questo può diventare ancora più pericoloso. Stupisce, per esempio, il gran numero di liste civiche alle prossime elezioni amministrative. Non è, come potrebbe sembrare, segno della vitalità della società civile, ma indice che il partito fa ormai da traino anche a queste liste di appoggio per drenare meglio i voti della società civile e tenerla sotto controllo. In un’epoca postideologica e di voto che migra in modo più facile che non nel passato, le liste civiche sono le reti che i partiti gettano nella società civile piuttosto che l’emersione di istanze e proposte dal basso.

I partiti vanno quindi alleggeriti, diminuendo il peso del settore pubblico, favorendo incontri diretti tra amministrazione e società civile senza la mediazione dei partiti, incentivando l’aggregazione di gruppi che nella società civile liberamente si associano per contare qualcosa. Il processo dovrebbe essere aiutato dal venire meno delle condizioni sociologiche stesse dell’esistenza dei partiti, che solo in Italia resistono con particolare accanimento: internet, la fine delle sezioni territoriali, la cultura postideologica.

Ridurre lo spazio del pubblico per ridurre quello dei partiti non vuol dire ”privatizzare” e basta, perché le aziende partecipate dagli enti pubblici che vengono privatizzate possono essere lo stesso terreno di nomine a sfondo politico. Si tratta di ritirare lo Stato per far emergere la società civile, le categorie, le associazioni, i movimenti, le fondazioni.

Se però non cresce la tenuta morale dell’intera società anche questo non sarà sufficiente. Già molte volte in passato abbiamo pensato che i partiti fossero il male e la società civile il bene. In realtà il bene e il male ci sono nell’uomo, sia esso semplice cittadino, membro di una associazione o militante di un partito. Ecco perché serve una ripresa di moralità pubblica molto forte, che tuttavia nascerà prima di tutto dalla società civile – anche se i partiti in questo momento potrebbero dare una testimonianza più efficace - in quanto è lì che si elaborano e si vivono primariamente i valori e gli orientamenti ideali. A questo l’antipolitica alla Grillo non serve, proprio perché accusa senza assumersi responsabilità e rimane vittima della demonizzazione della politica e della identificazione dei cittadini e della società civile come il bene assoluto.