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Nessuno, oggi, chiederà a Xi Jinping di rispettare i diritti umani

Oggi è il gran giorno del presidente cinese Xi Jinping in Italia. E’ nel nostro paese per discutere il faraonico progetto della Nuova Via della Seta. Qualcuno, al governo, gli chiederà conto della persecuzione a cui sta sottoponendo i cristiani, le minoranze etniche e i cittadini in generale? Quasi certamente no. Né dalle democrazie occidentali, né dalla Chiesa, giungono stimoli per tornare a parlare seriamente dei diritti umani.

Xi Jinping

Oggi è il gran giorno del presidente cinese Xi Jinping in Italia. E’ nel nostro paese per discutere il faraonico progetto della Nuova Via della Seta, che dovrebbe coinvolgere i nostri porti adriatici quale terminali dell’itinerario marittimo della nuova rotta commerciale. Il governo chiederà a Xi di liberare i dissidenti politici imprigionati in Cina? Gli chiederà conto della persecuzione a cui sta sottoponendo milioni di cattolici, e di cristiani in senso lato, con un’intensità senza precedenti dai tempi di Mao? Gli chiederà conto delle condizioni di persecuzione permanente (oltre 1000 campi di “rieducazione”) a cui sta sottoponendo intere minoranze etniche nello Xinjiang? Le domande paiono ingenue, se lette con gli occhi di oggi. E soprattutto sembrano avulse dal tema in discussione. Ma è solo di recente che, con la Cina, si parla solo di affari e non di diritti umani. Fino ai primi anni 2000, la stessa inclusione della Cina nelle regole e nelle organizzazioni del mercato internazionale era vista come un incentivo per spingere le riforme democratiche.

Che l’ingresso della Cina nel Wto (Organizzazione del commercio internazionale) fosse una scelta politica, per incoraggiare le riforme, è confermato dalla stessa natura del mercato cinese. Per entrare nel Wto occorre dimostrare di avere un’economia di mercato, almeno la metà del Pil deve essere prodotto da privati e i prezzi non devono essere fissati dallo Stato. La Cina tuttora non risponde a queste caratteristiche, nonostante le leggende sul presunto “liberismo cinese” (che Pechino stessa alimenta) è una delle economie meno libere del mondo. La Cina entrò a far parte del Wto, nel 2001, come “economia non di mercato”, cosa che permise ai suoi concorrenti di applicare con più vigore misure anti-dumping, contro la manipolazione dei prezzi per fare concorrenza, ma ai cinesi di entrare nel salotto buono del mercato internazionale.

Il promotore di questa politica di inclusione fu Bill Clinton, soprattutto. Il presidente democratico statunitense fu quello che, più dei predecessori, credeva in una trasformazione democratica della Cina. Negli incontri ufficiali con i vertici cinesi chiedeva la scarcerazione dei prigionieri politici e la fine delle repressioni più gravi (in Tibet, soprattutto). Ma al tempo stesso, a condizione che vi fosse un miglioramento della situazione dei diritti umani, il presidente democratico aveva ripristinato lo status della Cina quale Nazione Favorita nei rapporti di partnership. Due erano le condizioni fondamentali: fine del divieto di emigrare e proibizione dell’esportazione di merci prodotte da lavoratori forzati. L’idea di Clinton, vincitore delle prime elezioni post-guerra fredda era che l’avanzata della democrazia, dei diritti umani e del libero mercato fosse inarrestabile. Non per intimidazione, ma per attrazione: un modello vincente si adotta o si resta esclusi dalla comunità internazionale. Servono solo le giuste pressioni per facilitarne l’adozione. E dunque con un mix di pressioni e di incentivi, quale, appunto, l’ingresso nel Wto, pensava che la Cina potesse trasformarsi pacificamente.

Il massacro di Tienanmen, di cui ricorrerà a giugno il 30mo anniversario, è stato un ostacolo solo temporaneo per il riavvicinamento dell’Occidente alla Cina. L’unico cambiamento che comportò fu un embargo sulle forniture militari, deciso dagli Usa e dalle maggiori potenze europee e un congelamento molto breve dei rapporti diplomatici. Già dal 1994, Clinton derubricò la questione dei diritti umani dalle condizioni per mantenere la Cina nello status di Nazione Favorita. Nel 2001 la Cina poté entrare nel Wto, come Clinton desiderava. “Da qui a dieci anni ci guarderemo indietro e andremo fieri di quel che abbiamo fatto”, dichiarò allora. Perché era estremamente ottimista, appunto: si aspettava che, aprendosi al mercato, la Cina si sarebbe aperta ben presto anche alle riforme. L’Europa non fece che seguire. La politica adottata dal Parlamento Europeo fin dal 1989, poi anche dalle nascenti istituzioni dell'Unione Europea, fu lo specchio di quella americana.

Ma dopo 17 anni, oggi dove siamo arrivati? Che dei diritti umani non si parla più, se non in modo puramente formale. Mentre anche l’inclusione della Cina al Wto è alla base della reazione protezionista negli Usa, così come in Europa. La Repubblica Popolare è percepita sempre di più come un concorrente sleale, è uno “Stato-azienda” che compete con tutto il peso del suo apparato contro le aziende private, fissa i suoi prezzi e le sue regole. E’ per questo, oltre che per l’immigrazione, che Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali negli Usa. Ma l’attenzione sulla concorrenza cinese, che si è ulteriormente accesa da quando si parla di Via della Seta, ha contribuito a cancellare la questione dei diritti umani. Perché se prima, al massimo, si separava il discorso economico da quello dei diritti, oggi esiste solo il discorso economico. La Cina è vista esclusivamente come un grande concorrente, sia dai suoi ammiratori, sia dai suoi detrattori.

A Pechino, questo, lo sanno benissimo. Il potere accumulato, in questi sette anni, nelle mani di Xi Jinping è il più forte dai tempi di Mao. La repressione si è inasprita in tutti i campi: controllo del Partito sulla religione, sull’economia, sulla società. Nel campo dei diritti e della libertà di religione, nell’era Xi si è aperta la caccia alle “influenze esterne”. La parola d’ordine è “sinicizzazione”: puoi essere libero di esprimerti o di praticare il tuo credo, solo se dimostri di essere fedele alla Cina, alle sue tradizioni e soprattutto al Partito. L’accordo fra Cina e Vaticano sulla nomina dei vescovi scelti dal Partito, ha permesso alla classe dirigente comunista, specie nei governi regionali e locali, di costringere la Chiesa sotterranea, fedele al Papa, ad aderire all’Associazione Patriottica. Dichiarazioni come quella di monsignor Sanchez Sorondo (“In questo momento, quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi”) non fanno che incoraggiare la repressione, invece del dialogo, perché permettono al regime di Pechino di sentirsi dalla parte giusta della storia, legittimato a schiacciare ogni deviazione.

Né dalle democrazie occidentali, né dalla stessa Chiesa, dunque, arrivano più stimoli ad affrontare la questione dei diritti umani in Cina. Anche se questa è sempre più grave, difficilmente sentiremo dire qualcosa (a parte le solite formalità) dal nostro governo, quando Xi verrà in Italia a incontrarlo.