• CONTINENTE NERO

"Non in mio nome". I soldi buttati in Africa

Isaias Afewerki

“Not in my name”, non in mio nome, è il fortunato slogan di tante campagne d’opinione. Viene in mente spesso pensando a certe iniziative di chi ci governa e rappresenta, a livello nazionale e internazionale; e magari con un seguito: “...and not with my money”, e non a mie spese, non con i miei soldi.

L’Unione Europea prevede di offrire nei prossimi cinque anni 312 milioni di euro all’Eritrea, per il suo sviluppo. L’Italia inoltre intende riallacciare i rapporti di cooperazione con il paese, interrotti da dieci anni, e lo farà con una prima assegnazione di 2,5 milioni di euro da destinare allo sviluppo agricolo e all’assistenza sanitaria. Sono fondi stanziati nell’ambito del “Khartoum Process”, l’accordo per il contenimento dell’emigrazione irregolare sottoscritto a novembre a Roma dall’Unione Europea e da paesi africani di origine e transito degli emigranti.

L’Eritrea ha bisogno di democrazia e di libertà, non di altri soldi, replica la diaspora eritrea, ricordando al mondo che quella di Isaias Afewerki, primo e unico presidente del paese dal 1993, anno dell’indipendenza dall’Etiopia, è la peggiore delle attuali dittature africane. Nel dare del denaro ad Afewerki, chiudendo gli occhi sulle sue violazioni dei diritti umani, l’Europa tradisce i propri valori e avalla la pretesa del dittatore che siano essenzialmente problemi economici a spingere lontano da casa gli eritrei: i quali invece fuggono – a una media di 5.000 al mese – alla disperata ricerca di scampo da un regime del terrore. A confermarlo, se mai ce ne fosse stato bisogno, è un rapporto di 500 pagine pubblicato a giugno dalle Nazioni Unite, frutto di un’indagine durata un anno. Il rapporto elenca una serie di violazioni dei diritti umani “di portata ed entità raramente riscontrate altrove” compiute dal presidente Afewerki, dal suo partito e dall’apparato governativo da lui creato: sparizioni forzate, uccisioni extragiudiziarie, detenzioni senza processo, anche di bambini, torture e stupri. Accusa il governo eritreo di imporre alla popolazione lavori forzati e la leva a tempo indeterminato, di aver instaurato un sistema spietato di controllo e censura al fine di creare un clima di costante terrore e reprimere ogni dissenso. 

Il protervo dittatore, che all’Europa aveva fatto vaghe promesse di una “svolta”, ha definito il contenuto del rapporto dell’ONU una “vile menzogna”. Il ministro degli esteri eritreo ha rincarato dichiarando che le accuse rivolte al suo paese sono “del tutto infondate e prive di ogni valore: un attacco non tanto a un governo quanto a una società e a un popolo civili che hanno a cuore la dignità dell’uomo e i valori umani”.    

Ci sarebbe da ridire anche a proposito dei miliardi prestati alla Nigeria dalla Banca Mondiale, di cui l’Italia è membro fin dal 1947. Ci sarebbe da ridire perchè la Nigeria nel 2014 è diventata la prima potenza economica del continente africano, scavalcando il Sudafrica. Da oltre mezzo secolo incassa miliardi di dollari ogni anno grazie al petrolio di cui è il maggiore produttore continentale. Tuttavia le casse dello stato sono vuote, sostiene il presidente neo eletto Muhammadu Buhari che accusa le precedenti amministrazioni di aver rubato senza ritegno, lasciando privo di risorse e indebitato il paese, per di più con un esercito incapace di far fronte alla minaccia dei jihadisti Boko Haram perchè dei funzionari e degli ufficiali corrotti hanno sconsideratamente dirottato altrove i fondi necessari a dotare i militari di mezzi adeguati. 

Perciò, in visita a Washington a fine luglio, il presidente Buhari ha chiesto agli Stati Uniti e agli altri stati occidentali di aiutare la Nigeria a ricuperare i fondi – 150 miliardi di dollari – rubati negli scorsi decenni e versati su conti bancari stranieri. 

Si può credere a quanto afferma Buhari. Da anni la Commissione governativa per i crimini economici e finanziari denuncia corruzione e malgoverno come i fattori responsabili del mancato sviluppo del paese malgrado la crescita del Prodotto interno lordo registrata nel corso degli anni. Ogni nuovo leader, ogni nuovo governo si sono portati via una fetta del patrimonio nazionale. Si stima, ad esempio, che l’ultimo dittatore, Sani Abacha, in soli cinque anni – dal 1993, quando prese il potere con un colpo di stato, al 1998, anno della sua morte – abbia trasferito all’estero, attingendo alle casse statali, 2,2 miliardi di dollari, forse addirittura il doppio. 

Ciononostante la Banca Mondiale ha deciso di concedere alla Nigeria un prestito di 2,1 miliardi di dollari per la ricostruzione del nord est devastato da Boko Haram. Le condizioni del prestito sono particolarmente favorevoli: ad esempio, per i primi dieci anni non ci saranno interessi da pagare. Ma si sa come vanno le cose quando si tratta di stati africani: se alla fine il governo nigeriano dichiarerà di essere in difficoltà a restituire il denaro, interverranno i paesi occidentali a pagare al posto suo oppure il prestito verrà rinegoziato o, ancora, sarà trasformato in dono. C’è da domandarsi quanti di quei dollari, nel frattempo, saranno finiti a loro volta in conti all’estero.