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Non si crea lavoro a colpi di decreti. Serve un rilancio

Decreto Dignità: si ha l’impressione che, ancora una volta, si utilizzi in maniera distorta il diritto del lavoro. Sovraccaricare questa materia di troppe aspettative porta nella direzione sbagliata e contribuisce a perdere di vista le questioni più serie. Cioè: come è possibile favorire l’occupazione? Per questa occorre un rilancio economico.

Presentazione del decreto dignità

Il decreto legge varato dal Consiglio dei Ministri il 2 luglio 2018, principalmente ispirato dal Ministro del lavoro Luigi Di Maio, reca un titolo singolarmente impegnativo: “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”. Dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa, l’intento è di “licenziare il Jobs Act”, combattere il precariato colpendo l’abuso dei contratti flessibili, evitare l’utilizzo fraudolento di sussidi economici per poi delocalizzare all’estero l’attività. Vediamo se le norme del decreto appaiono idonee a raggiungere gli obiettivi.

Si può anzitutto escludere che il provvedimento costituisca un sovvertimento del Jobs Act. Questo, infatti, consiste di otto decreti legislativi, emanati in seguito alla l. n. 183/2014. Il testo governativo appena approvato, invece, incide su singoli aspetti di soli due decreti: il n. 23 del 2015 sui licenziamenti e il n. 81 del 2015 sui contratti di lavoro.

Quanto ai licenziamenti ingiustificati, l’indennizzo minimo per i lavoratori è ampliato da 4 a 6 mensilità retributive; quello massimo, è portato da 24 a 36. Mentre si tratta di variazioni sostanzialmente irrilevanti per le imprese di grandi dimensioni, sono importi impegnativi per quelle che impiegano 16 dipendenti o poco più. Occorre poi considerare che la legittimità del licenziamento dipende da valutazioni del giudice necessariamente discrezionali, perché fondate su norme generali (la sussistenza della “giusta causa” o del “giustificato motivo”). Non sembra si tenga conto, dunque, della possibile disparità di condizioni economiche tra imprese e imprese, specie se si considera che nel nostro tessuto produttivo sono prevalenti quelle medio-piccole.

Quanto ai contratti di lavoro, si restringe la possibilità di utilizzo del contratto a tempo determinato, la cui durata massima legale non potrà superare i 24 mesi (tra il medesimo datore e il medesimo lavoratore). Superati i 12 mesi, il contratto dovrà comunque essere giustificato da ragioni produttive di natura temporanea.

Sorgono spontanee due domande. La prima: è consapevole il governo del fatto che questo farà felici soprattutto gli avvocati? Infatti, ogni qual volta il lavoratore non verrà stabilizzato dal suo datore di lavoro, probabilmente introdurrà un contenzioso giudiziale per accertare: a) se la ragione scritta nel contratto sia stata formalmente ben redatta; b) se sussistesse in concreto; c) se fosse di natura temporanea. Questioni note a chi conosce la giurisprudenza formatasi sulle causali del contratto a termine, prima che fossero abolite nel 2014.

La seconda domanda: davvero il governo ritiene che, dando una stretta ai contratti a termine, si potrà favorire il lavoro stabile? Non è più probabile che accada: a) che il datore non assuma; b) utilizzi modalità alternative e meno garantiste (co.co.co., partite iva); c) scelga la strada del lavoro sommerso? Occorre domandarsi se, nelle presenti condizioni del mercato, una normativa più rigida non determini una perdita di occasioni di lavoro.

Quanto poi alla somministrazione di lavoro a termine, la cui disciplina viene in sostanza equiparata a quella del contratto di lavoro a tempo determinato, si dimentica che le agenzie di somministrazione svolgono anche una funzione di intermediazione tra la domanda e l’offerta di lavoro. L’apposizione di vincoli eccessivi, in questa fattispecie, rischia di depotenziarne la capacità occupazionale.

Quanto all’abuso degli incentivi, si condivide il giudizio espresso su questo sito da Giuseppe Sabella: fermo restando che l’intento del governo è apprezzabile, “se dimentichiamo di rendere più attrattivo il terreno su cui un investitore scommette, non facciamo il bene del lavoro. Spesso le aziende che delocalizzano lo fanno per tasse troppo alte, per troppa burocrazia, per mancanza di infrastrutture e per un costo eccessivo dell’energia”.

Si ha l’impressione che, ancora una volta, si utilizzi in maniera distorta il diritto del lavoro. Sovraccaricare questa materia di troppe aspettative – nel corso degli ultimi decenni lo si è fatto spesso – porta nella direzione sbagliata e contribuisce a perdere di vista le questioni più serie. La principale delle quali, in materia, forse è questa: come è possibile favorire l’occupazione? La risposta più ragionevole è che, a tal fine, occorre un rilancio economico che determini la creazione di posti di lavoro. Ma allora le risposte non possono consistere nel ritocco di qualche comma o nel dare nomi altisonanti ai decreti. Le risposte sono altre: incremento demografico, attrattività del territorio, riforma fiscale, abbattimento dei tempi della giustizia, efficienza delle infrastrutture e della pubblica amministrazione.

Tutto ciò che, insomma, dovrebbe formare oggetto di un vero piano industriale. E’ questo lo sforzo richiesto a un governo che ambisca a parlare di dignità del lavoro.