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Pakistan, altre tre vittime della legge nera Condanne a morte per blasfemia e rischio pogrom

La legge nera sulla blasfemia, in Pakistan, ha colpito ancora: 3 condannati a morte, due dei quali sono cristiani. E si dimostra, ancora una volta, quanto sia arbitraria una legge che si basa solo sul sospetto, un'unica prova, una registrazione audio mai verificata. Intanto, a Lahore i cristiani rischiano un pogrom, sempre per un'accusa di rapimento mai dimostrata. E tutto questo avviene nonostante il nuovo ministro cristiano per gli Affari Religiosi.

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Protesta contro la legge sulla blasfemia

Tre condanne a morte per blasfemia in Pakistan, due cristiani e un musulmano sono stati giudicati da un tribunale speciale per la sicurezza nazionale. La vicenda giudiziaria è oscura e rivela tutta l’arbitrarietà del sistema giudiziario pakistano, oltre che della pericolosità della “legge nera”, che colpisce solo in base alla regola del sospetto.

Il caso di Anjam Naz Sindhu, Javed Naz e Jaffar Ali, questi i nomi dei tre condannati, nasce nel 2015 con un ricatto. Secondo la ricostruzione che fornisce al quotidiano Dawn il fratello di Anjam, a dare inizio alla catena di eventi è stato Javed Naz, anch'egli cristiano. Nel 2015, Anjam Naz Sindhu era ancora un ricco uomo cattolico, proprietario di scuole private di Gujranwala. Uno dei suoi dipendenti, Javed Naz, è stato licenziato con l'accusa di aver fatto trapelare illegalmente tracce di esame. Il disoccupato si sarebbe dunque vendicato, iniziando a ricattare il suo ex datore di lavoro. Assieme all’amico musulmano Jaffar Ali, ha minacciato di denunciarlo per blasfemia, sostenendo di avere la registrazione di un suo discorso in cui sarebbero state pronunciate ingiurie contro l'islam e il suo Profeta. La richiesta di denaro, in cambio del silenzio, era di 20mila rupie (172 euro), che Anjam ha pagato. Ma, poco dopo, i ricattatori sono tornati alla carica chiedendo più del doppio. A questo punto il ricattato ha deciso di rivolgersi alla polizia. I due ricattatori sono stati arrestati, ma nel corso della retata, la polizia ha trovato anche la registrazione “blasfema” e a questo punto anche Anjam è finito in prigione. Il processo è stato trasferito alla corte speciale antiterrorismo di Gujranwala che ha emesso la durissima sentenza: condanna a morte per blasfemia per tutti e tre gli imputati. Javed Naz e Jaffar Ali sono stati condannati anche per estorsione, a 35 anni di carcere.

Sembra incredibile, agli occhi occidentali, come una vicenda di ordinaria meschinità finisca nella tragedia della pena capitale. Eppure è la norma, in Pakistan. Anche Asia Bibi è stata arrestata e condannata a morte (tuttora attende la sentenza definitiva della Corte Suprema), solo per una lite con le sue colleghe. La maggior parte dei 1300 casi (dal 1990 ad oggi) di condanna per blasfemia, nasce da liti sulla proprietà o lotte fra vicini. Uno dei grandi problemi della “legge nera” è proprio questo: l’arbitrio del giudizio è tale che la norma penale viene usata come arma da chiunque voglia eliminare il proprio rivale, per qualunque ragione. Anche in questa vicenda, l’unica “prova” è una registrazione audio. Il fratello minore di Anjam Naz Sindhu ritiene che la voce non sia affatto quella del condannato. I suoi allievi, a scuola, testimoniano che il loro ex professore e preside tutto era fuorché un blasfemo irrispettoso della religione islamica. Non è stata effettuata alcuna perizia sulla registrazione, tuttora non è dato sapere se la prova incriminante sia vera o falsa. Ma la condanna a morte è arrivata comunque.

E’ insolito, anche secondo i criteri pakistani, che la sentenza sia stata emessa da un tribunale speciale anti-terrorismo, quando nella vicenda non c’è nulla che riguardi la sicurezza nazionale. E’ ancor più singolare che siano stati condannati a morte tutti, denuncianti e denunciati, in un caso in cui la voglia di vendetta e il ricatto si ritorcono sugli aggressori oltre che sull’aggredito. Il cristiano Javed Naz e il musulmano Jaffar Ali sono stati condannati per aver tenuto con sé e nascosto a lungo la prova di una blasfemia, dunque sono loro stessi blasfemi agli occhi della legge. Anche il solo rivolgersi alla polizia, per il cristiano Anjam Naz Sindhu, si è rivelato un suicidio. La statistica dimostra che la maggior parte delle sentenze riguardi pakistani appartenenti a minoranze religiose. Anche di questi tre condannati, due sono cristiani. Da questo punto di vista, la "legge nera" è diventata uno strumento di persecuzione religiosa a tutti gli effetti.

Sempre a Lahore, ma fuori dalle aule di tribunale, proprio in questi giorni, i cristiani del Pakistan temono un’altra ondata di violenza. Anche qui si parte da un’accusa arbitraria: un uomo cristiano, chiamato Bahadur, è accusato di aver rapito una ragazza musulmana, sposata e madre di due figli. Secondo fonti locali, si potrebbe trattare di una fuga d’amore fra i due. La vicenda è ancora oscura, ma la condanna è già certa: i radicali islamici minacciano rappresaglie sulla famiglia di Bahadur. Non solo, minacciano di rapire ragazze cristiane prese a caso nella comunità e bruciarle vive, in stile Isis. La sorella di Bahadur, nel corso di una delle perquisizioni della polizia, è stata anche tratta in arresto, umiliata e picchiata in pubblico dagli agenti. Anche qui, coloro che dovrebbero assicurare l’ordine e la legge, si rivelano poi i peggiori persecutori.

Un elemento di preoccupazione in più: i fatti avvengono proprio all’indomani della nomina del nuovo ministro per gli Affari Religiosi, il cristiano Michael Kamran, su cui si riponevano tante speranze. E confutano l’idea che il Pakistan stia attraversando un periodo di distensione nei confronti delle minoranze.

Per saperne di più

PERSEGUITERANNO ANCHE VOI di Marta Petrosillo, introduzione di Attilio Tamburrini