• IL CASO

Pedofilia, parliamo almeno il linguaggio della Chiesa

Le recenti parole di papa Francesco a proposito dei sacerdoti con tendenze pedofile hanno suscitato diverse perplessità e mi è stato chiesto un parere. Ovviamente non mi accingo a commentare le parole di papa Francesco, non sono all'altezza: persone ben più titolate di me ci si accapigliano da anni e non sembrano venirne a capo. Mi limito a qualche osservazione circa la pedofilia.

Dal punto di vista cattolico le cose sono piuttosto chiare. Sappiamo che le tendenze sessuali che inclinano le persone contro la castità sono disordinate; ma non sono di per sé un peccato. Le persone, infatti, non sono responsabili delle loro inclinazioni sessuali; quindi non possono essere loro imputate. Sono invece un peccato contro il sesto comandamento gli atti compiuti contro la castità, cioè tutti gli atti compiuti al di fuori del vincolo matrimoniale. In questo caso, considerato che nessuno può mai considerarsi completamente privo della libertà, c'è una colpa morale; tale colpa è proporzionata al «deliberato consenso» esercitato dal peccatore.

Tra questi atti, quelli commessi «da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età» sono tra i «delitti più gravi» che possano essere commessi (insieme a quelli contro l'Eucarestia ed il sacramento della Penitenza) (De delictis gravioribus, 18 maggio 2001).

Il fondamento di questa posizione è nel Vangelo, nel quale leggiamo «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18, 6). Nonostante ciò, per quanto gravi siano questi peccati, essi possono essere perdonati (Mc 3, 28); e le persone che provano queste tendenze vanno trattate secondo il comandamento della carità cristiana (Gv 15, 12).

Tuttavia, nel suo discorso a braccio, papa Francesco si è espresso in termini laici, moderni, scientifici: «La persona che fa questo, uomo o donna, è malato o è malata. E’ una malattia. Oggi lui si pente ma sa bene che, vai avanti, ti perdoniamo, dopo due anni ricade. Dobbiamo metterci in testa che è una malattia». 

Cerchiamo quindi di orientarci in questo linguaggio. Papa Francesco ribadisce più volte che la pedofilia è una malattia. Che significa? Dipende. Da un punto di vista psicologico non lo è. La malattia è infatti uno stato di alterazione organica e i disturbi psichici non sono accompagnati da una alterazione organica. Per questo motivo il DSM, il manuale dell'American Psychiatric Association, non parla di malattie, ma di «disturbi».

La pedofilia (non associata ad alcuna alterazione organica) è infatti rubricata come «disordine pedofilo» (302.2), non come malattia. La parola «malattia», tuttavia, è usata volgarmente in modo metaforico per indicare una persona deviante. Si tratta di una etichetta, uno «stigma» (marchio) che serve per marginalizzare la persona che, con i suoi comportamenti, infrange un codice di comportamento sociale. Potremmo paragonarlo al «marchio di Caino» (Gn 4, 15). Questo è il significato che il papa attribuisce al termine «malattia». Ed è il motivo per cui il papa insiste che non c'è nulla da fare: si tratta di persone «malate» («dobbiamo mettercelo in testa») che tanto, prima o poi, ricadono. È inevitabile, è insito nella loro natura irrimediabilmente malata, corrotta, deviante. Non sono «immagine e somiglianza di Dio» (cfr. Gn 1, 26) e nei loro confronti non vale il comandamento della carità. Mostri al di fuori del consorzio umano. Ecco perché il papa ha detto «Chi viene condannato per abusi sessuali sui minori può rivolgersi al Papa per avere la grazia ma io mai ho firmato una di queste e mai la firmerò».

Ma, da questo punto di vista, cos'è la pedofilia? Dal punto di vista clinico, si parla di pedofilia quando ci sono fantasie, desideri o comportamenti sessuali che coinvolgono bambini prepuberi. Quindi, a ben vedere, il sacerdote della diocesi di Crema al quale fa riferimento il papa non ricade in questa «malattia», avendo avuto rapporti sessuali con ragazzi (tutti maschi) pubescenti o adolescenti. Chiamate questa cosa come volete, ma sicuramente non si tratta di pedofilia. 

Dal punto di vista giuridico la faccenda si fa ancora più complicata. Non riconoscendo una legge morale metafisica assoluta, il mondo moderno si rifà al filosofo inglese John Stuart Mill (1806-1873) secondo il quale una condotta che chiami in causa solo gli interessi di chi vi partecipa non sia mai un oggetto di regolamentazione. In parole povere, basta che ci sia il consenso delle parti e tutto è lecito.

A questo punto, però, sorge un problema: quando è lecito il consenso di un minore? In Italia l'età del consenso è fissata a 14, ma può variare in base a diverse circostanze. Anche in Germania e Austria è 14 anni, mentre in Svizzera è 16 anni. In Francia è fissata a 15 anni, anche se nel 1977 diversi intellettuali di primissimo piano firmarono una petizione che abolisse l'età del consenso. Nel Paesi Bassi è fissata a 16 anni, anche se il famoso e ormai disciolto «Partito dell'amore» si adoperò per abbassarla a 12 anni. E potremmo continuare a lungo, visto che in ogni paese l'età del consenso cambia; e non si capisce in base a quali criteri.

Insomma: abbandonare il cattolicesimo per il mondo non aiuta certo a fare chiarezza, anzi. Eppure ce ne sarebbe tanto bisogno...