• ROSARIO ALLE FRONTIERE

Perché il potere infama i polacchi aiutato da certi cattolici

Come si fa ad accusare d’odio un popolo che si è riunito in preghiera per un giorno intero recitando i misteri del Rosario (con anziani in ginocchio sulle pietre per ore), dopo aver partecipato alla Messa e all’adorazione eucaristica chiedendo a Dio la pace in Europa, contro gli attentati islamisti e per la difesa delle proprie radici cristiane? Sembrerebbe impossibile. Eppure Gian Antonio Stella ha avuto il coraggio di farlo insieme alla grande stampa capitanata da La Repubblica che ha parlato di “integralisti cattolici”.

Sulle colonne del Corriere della Sera, Stella ha invece incolpato il popolo polacco di aver contribuito all’olocausto degli ebrei per dire che il “lupo perde il pelo ma non il vizio”. E, infatti, conclude nell’articolo: “Allora i nemici erano gli ebrei, oggi gli islamici. Gli uni o gli altri, l’importante è odiare”. Sì avete letto bene, odiare. I quasi due milioni di polacchi e la loro conferenza episcopale pregando e partecipando alla Messa si stavano macchiando le mani di un peccato gravissimo, secondo il paragone del giornalista, che li accusa anche di aver tradito san Giovanni Paolo II, citando Melloni e un articolo di Andrea Tornielli. Di quest’ultimo, infatti, Stella ricorda un articolo di un anno fa accusatorio della POlonia per le sue politiche immigratorie: “Immigrati, così la Polonia “seppellisce” Giovanni Paolo II”, era l'eloquente titolo. Insomma Stella infanga i cattolici polacchi con il supporto del lento e nascosto progressismo cattolico che ora dipinge, decontestualizzando i loro discorsi, coloro che rappresentano l’amore e la fedeltà alla Tradizione della Chiesa come dei progressisti mai davvero compresi. 

Infatti, per stare al discorso di Giovanni Paolo II citato da Tornielli e ripreso da Stella, bisogna ricordare che il santo papa polacco parlava nel 1985, quando ancora il problema del terrorismo islamico in Occidente non esisteva, e che non chiese mai di aprire le frontiere a tutti, ma solo di “integrare” coloro che erano rifugiati, educandoli secondo la pastorale cristiana. Mentre l’anno successivo disse giustamente che bisognava evitare ogni “forma di discriminazione” di coloro che erano già sul territorio europeo. Ma proprio perché i discorsi vanno contestualizzati alle circostanze storiche, dieci anni dopo, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante, san Giovanni Paolo II spiegò che “la migrazione va assumendo i connotati di emergenza sociale, soprattutto per la crescita dei migranti irregolari”. Chiarendo poi che “l’immigrazione illegale va prevenuta” non mancò di accusare il giro economico intorno al fenomeno per cui “occorre anche combattere con energia le iniziative criminali che sfruttano l'espatrio dei clandestini”. Come? Aiutando i paesi d’origine a prevenire l’emigrazione tramite “la cooperazione internazionale, che mira a promuovere la stabilità politica e a rimuovere il sottosviluppo”. 

Ma come mai il potere oggi attacca il popolo dei fedeli e la Chiesa viva, usando certo tipo di cattolicesimo? Don Luigi Giussani, nell’intervista a Renato Farina Un evento. Per questo ci odiano”, apparsa su Il Sabato nel 1992, spiegava bene che “l’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola della Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali, cattolici che si muovono nella semplicità della Tradizione”. Infatti, “l’odio è contro l’incarnazione di Dio”, che si esprime con un volto concreto nel mondo e come una realtà diversa che disturba il potere, e "contro l'evangelizzazione”. 

Perciò, concludeva profeticamente Giussani, “una figura di cattolico, una figura di papa che obliteri questi due aspetti (incarnazione ed annuncio cristiano, ndr) sarebbe ben accetta. Ciò che è intollerabile è la pura e semplice pretesa cristiana”. E poi sosteneva che “se tutti siamo una cosa sola”, in un solo corpo, quello della Chiesa, “non possiamo non cercare di esprimerci concordemente e perciò ci raduniamo in azione unitaria!”. Intervistato dal Messaggero aggiunse poi che “la mentalità laicista oggi dominante…vuole che la religione e il sacro restino fuori dalla società, fuori dall'ambiente concreto entro cui si percepiscono e si affrontano i problemi della vita. Per questo non si tollera, da destra e da sinistra, che un'esperienza di Chiesa che nasce dal riconoscimento fraterno della fede, dalla comunione tra cristiani possa intervenire nello spazio sociale». E’ possibile un dialogo con questa cultura? “Non lo è più quando il pregiudizio verso l'interlocutore è totale”. Resta solo la preghiera, appunto.

L’iniziativa del Rosario alle frontiere polacche dunque le aveva tutte per risultare indigesta a chi, al pari dei terroristi islamici non tollera la Chiesa come realtà non conformabile al mondo: una testimonianza di popolo, cosciente della propria identità e dipendenza da Dio solo, che implorava protezione dal male e il ritorno alle radici cristiane (l’arcivescovo di Cracovia, mons. Marek Jedraszewski, ha invitato a pregare “per le altre nazioni europee, perché capiscano che è necessario tornare alle radici cristiane affinché l’Europa rimanga l’Europa”) senza dimenticare il terrorismo di chi vuole annientare “gli infedeli”. 

Il razzismo e il disprezzo per la persona? Non avevano nulla a che vedere con il Rosario polacco, ma evidentemente ogni pretesto è buono sia per attaccare un popolo sia per sfilarsi da iniziative troppo scomode.