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Pizzeria "la Cattedrale", inutile e plateale sceneggiata

Il cardinal Sepe serve la mozzarella in Cattedrale

Fino a poco tempo fa, ogni anno venivo invitato dai milanesi City Angels (associazione civica di assistenza) a una manifestazione benefica riservata ai Vip. Si trattava di servire il pranzo a tavola ai clochard cittadini nella mensa gratuita dell’Opera Cardinal Ferrari, istituzione benemerita che, appunto, soccorre i senzatetto e i più poveri. Con indosso la maglietta rossa col logo dei City Angels, personaggi come la cantante Jo Squillo, lo showman Mauro Coruzzi in arte Platinette, politici locali e gente più o meno famosa ci producevamo in un andirivieni tra i tavoli, avvicendando le portate. Dopo il dolce, i cantanti cantavano, gli scrittori e i politici si esibivano in un discorsetto di circostanza. Mi colpiva, tuttavia, l'avviso che mi veniva fatto dagli addetti alla cucina tutte le volte che ci entravo per prendere nuovi piatti: «mi raccomando, un solo bicchiere di vino, uno solo».

Eggià, quelli conoscevano i loro polli e ci avvertivano. Niente, poi smisi di essere considerato un Vip e non mi chiamarono più. Però, quei pranzi per cento persone, ricordo, venivano offerti in un salone apposito, dove già c’erano tavoli e sedie predisposti. Non certo in chiesa, quantunque l’Opera ne avesse una, d’epoca e ben spaziosa. Infatti, avesse messo a disposizione la chiesa, la sua sarebbe stata demagogia, un gesto gratuito e inutilmente d’effetto. Perché, infatti, far pranzare i «poveri» dentro alla chiesa? Per far vedere che è il clero a offrire? Forse che quelli che io servivo a tavola a Milano non lo sapevano, chi era che pagava il conto? Ma il pesce comincia dalla testa, si dice, e da quando papa Francesco ha dato l’esempio, tutti i preti si sono precipitati a imitarlo.

L’ultimo è stato il cardinale di Napoli, che ha imbandito il pranzo natalizio ai barboni dentro al duomo. «Nello spirito dell’opera di misericordia “Accogliere i pellegrini”», si legge sul sito della diocesi. E pazienza se i clochard non sono affatto pellegrini, bensì persone che in qualche modo hanno ceduto e, non reggendo più le complicazioni della vita normale, hanno preferito la strada. Certo, in molti è prevalente la motivazione economica, ma non in tutti. Sia come sia, dice il sito che ogni pietanza servita nel duomo napoletano era espressa, giacché il sagrato era stato trasformato, all’uopo, in una immensa friggitoria per pizze e pizzette, panuozzi, zizze e quant’altro, il tutto offerto dal «pizzarolo del Papa», cioè il ristorante «Zi’ Aniello» che si era precedentemente distinto per aver distribuito pizze in Piazza San Pietro e aver donato un pizza gigante a papa Bergoglio.

A Napoli, il Vip che serviva era lo stesso arcivescovo, immortalato col grembiule sulla tonaca e una mozzarella in mano. «Il pranzo è stato allietato da artisti con l’esecuzione di canzoni classiche napoletane», dice il sito. A quanto par di capire, Catari’, Torna a Surriento e ‘O sole mio, mica canti natalizi (ce ne sono di napoletani e di firma illustre, come Quanne nascette ninno). Insomma, tutto bello e festa grande. Ma perché farlo dentro alla cattedrale? Perché farlo in un luogo sacro, anzi nel più sacro di tutti in città? Mancano i saloni, a Napoli? Non crediamo. No, si tratta solo di un gesto plateale e fastidiosamente superfluo, sulla scia dell’ultimo grido del clericalmente corretto. Bah,  a questo punto, visto che siamo a Napoli citiamo Totò: ma ci faccia il piacere!