• "GAYINGEGNERIA"

Poliamore, la coppia diventa "troppia" e si fa in tre

Non c’è due senza tre. Soprattutto nelle relazioni omosessuali.  I colombiani Manuel Bermúdez, Víctor Hugo Prada e Alejandro Rodríguez avevano da tempo un menage a trois  e un giorno hanno pensato bene di recarsi da un notaio ed inventarsi il “matrimonio” omosessuale a tre. Dalla coppia alla troppia. E se è falso dunque che il troppo stroppia possiamo concludere che la troppia non stroppia.

In Colombia la poligamia, sia etero che omo, non è legalizzata,  ma le “nozze” gay sì, e allora il terzetto ha deciso di farsela da sè la “famiglia” arcobaleno con tre coniugi, scrivendo nero su bianco, come atto privato ma avente valore giuridico per le parti, che i diritti e doveri di carattere patrimoniale del matrimonio tra un uomo e una donna dovranno essere i medesimi per loro tre. Scritto e firmato ecco servita la poliandria gay. Il pertugio legislativo è stato rinvenuto nell’istituto giuridico colombiano della “trieja” che permette di costituire tra tre persone un regime patrimoniale comune. Insomma, nulla che riguardi direttamente le convivenze omosessuali, ma la triade colombiana ha usato strumentalmente questo istituto per i propri fini.

Tre sarà pure il numero perfetto, ma al gruppetto di cui sopra è parso un numero troppo esiguo rispetto alle loro esigenze erotico-relazionali e così hanno aggiunto davanti al notaio una postilla: in futuro chi volesse “sposarsi” con noi è benvenuto. Donne comprese. I tre hanno infatti ammesso con candore che la fedeltà non fa per loro. La terna dunque potrà in modo inclusivo aprirsi a diventare una quaterna, una cinquina, etc. La tombola della fantasia gay è sempre vincente. La decisione di diventare un harem nasce anche dal fatto che i letti di casa loro erano già stati frequentati da quattro uomini (e uno di questi poi morì).

“Volevamo ufficializzare la nostra famiglia. Non c’era nulla di solido sul piano legale che ci permettesse di riconoscerci come famiglia”, ha sottolineato Prada. “Siamo una famiglia, una famiglia poliamorosa. E’ la prima volta in Colombia”. 

I tre “mariti” poi hanno risolto un problema matematico-sociale non di poco conto: costoro sono un terzetto o tre coppie tra loro unite come tre gemelli siamesi? Manuel sciolse l’indovinello rilasciando un’intervista alla rivista colombiana Semana: “Non eravamo una coppia di tre, ma tre coppie di due”. Quindi tecnicamente abbiamo tre “matrimoni” gay tra loro interconnessi. Quando l’aritmetica e la teoria degli insiemi possono fare la differenza e chiarire le idee a noi poveri vetero-matrimonialisti.

Situazioni simili di “poliamore” omosex sono state già registrate in giro per il mondo: in Canada Adam Grant, Shayne Curran e Sebastian Tran nel 2015 hanno chiesto alle autorità di riconoscere l’istituto giuridico del “matrimonio” a tre; in Thailandia nello stesso anno tre ragazzotti si sono “sposati” tra loro con cerimonia buddhista; negli States Brynn e Doll  si sono unite con “matrimonio” omosessuale e attraverso una scrittura privata autenticata hanno accolto nella loro unione  un’altra donna, Kitten Young; in Brasile un notaio ha sancito la nascita dell’ “unione poliaffettiva” tra tre lesbiche facendo copia-incolla di tutti i diritti e doveri propri dei coniugi. Intanto in Inghilterra e in Svezia nascono i primi partiti politici del “poliamore”. Un nota bene: la richiesta di legittimare la poligamia o la poliandria abbiamo visto che viene soprattutto da persone omosessuali. Questo conferma un dato scientifico: la persona omosessuale è molto più promiscua di quella eterosessuale.

La troppia – il “matrimonio” a tre – è la logica conclusione di una premessa che è uno dei pilastri dell’ideologia gender: “l’amore non deve conoscere limite alcuno: né di sesso, né di razza, né di orientamento sessuale, né di credo, né di stato sociale, etc.” E allora anche il limite numerico deve essere abbattuto perché discriminatorio. Più “amore” c’è meglio è, no? Come è lecito “amare” una persona dello stesso sesso, non si vede perché non si possa “amare” più di una persona contemporaneamente. Islam docet. Non fa così la madre con i propri figli? Peccato che l’amore matrimoniale è solo leggermente diverso da quello genitoriale e che il primo sia esclusivo e differentemente sessuato.

Ma come abbiamo già sottolineato tante volte, se “love is love” domani ci potremo “sposare” Billy, il pesce rosso che ci fa così tanta compagnia, la nostra utilitaria e, perché no, anche i parenti stretti come figli e genitori. E così il titolo del famoso film “Sette spose per sette fratelli” del 1954 si potrà prestare in futuro sempre più a marcate e pericolose incomprensioni.