• VARSAVIA

Polonia, il rischio di una rivoluzione pilotata Media ed ex regime uniti contro il governo

I media italiani descrivono le manifestazioni a Varsavia, contro il governo conservatore, come se fossero una rivolta spontanea, in stile Solidarnosc. Dimenticano di dire che l'origine della crisi non è una limitazione della libertà di stampa, ma il taglio delle pensioni degli ex agenti dei servizi segreti comunisti. E la protesta appare tutto meno che spontanea. 

Polonia, la protesta

Dice il Corriere della sera: «Era dai tempi del primo sindacato libero del blocco comunista, Solidarnosc, che in Polonia non si creava un movimento così compatto e combattivo per la democrazia. In migliaia si sono ritrovati, Costituzione alla mano, fra la residenza del presidente e la sede del Parlamento dove si consumava lo scontro politico più grave nella recente storia nazionale». Dice Repubblica: «La dura protesta, con gli esponenti della maggioranza di fatto sequestrati e bloccati dalla piazza, e il deciso intervento della polizia per liberarli, segna una grave, pericolosa escalation nel confronto finora pacifico tra governo e opposizioni». 

Poi leggiamo i giornali Polacchi e... sorpresa! Si scopre che nei giorni scorsi stava per essere approvata una legge che riduce le pensioni a circa 32mila ex ufficiali dei servizi segreti della Polonia sovietica. Il che richiede una piccola spiegazione.

In Polonia c'è stata, si è detto, una «rivoluzione nella quale non fu rotto nemmeno un vetro»; significa che i responsabili del sanguinario regime sovietico polacco, che si sono macchiati le mani di omicidi, linciaggi, reclusioni e persecuzioni ad avversari politici (id est: cattolici), che hanno ridotto alla fame un intero popolo, lo hanno privato di ogni libertà e l'hanno depredato di ogni ricchezza economica e culturale, non hanno mai pagato per i loro crimini. Jaruzelski è morto pacificamente (con il grado e la pensione da generale) nel suo letto senza aver fatto un solo giorno di carcere (né pagato una simbolica multa); i responsabili del Partito si sono arricchiti accaparrandosi (con pochi zloty) di ferrovie, aziende strategiche, media; gli ex agenti dei servizi segreti hanno occupato i gangli della vita politica ed economica dello stato (gli ex sovietici russi li chiamiamo «oligarchi», quelli polacchi... non li chiamiamo). Quando Kaczynski propose la «lustracja» (rendere pubblici i nomi di chi aveva collaborato con il regime) fu accusato (dall'Europa intera) di voler fare una caccia alle streghe, e tutto continuò tra malaffari e corruzione.

Non si tratta di vendetta, ci mancherebbe. Il punto è che una delle più patenti ingiustizie della Polonia «libera» è questa: chi ha fatto parte dell'apparato (e ha sulla coscienza violenze inenarrabili) vive con una pensione da nababbo; le vittime vivono con pensioni da fame. Il premier Beata Szydlo ha pensato di porre fine a questa ingiustizia tagliando per la prima volta dal 1989 le pensioni agli ex ufficiali dei servizi segreti sovietici mentre, fino ad ora, erano state più volte ritoccate tutte le pensioni tranne quelle. Non solo: l'età pensionabile per tutte le altre pensioni è stata abbassata (si, avete letto bene) a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini (finora è 67 per tutti).

Si tratta di un provvedimento sulla cui opportunità si può discutere; l'accusa di «populismo», come quella di «vendetta» sono dietro l'angolo. Probabilmente tutto sarebbe filato liscio rispettando i privilegi degli intoccabili e agendo per l'ennesima volta sulle pensioni della popolazione comune. Tuttavia il governo Szydlo ha deciso di agire nuovamente in controtendenza e di operare in questa direzione.

Cosa è accaduto? Che i media unanimi, appoggiati dalle èlite del paese, sono insorti contro il provvedimento. Non solo. Due partiti di opposizione (il PO di Tusk e Nowoczescna di Ryszard Petru, quelli che i media italiani chiamano «i democratici»), hanno impedito lo svolgimento dei lavori per l'approvazione della legge sulle pensioni impedendo l'accesso alla tribuna parlamentare. Una insorgenza poco spontanea, considerato che il giorno precedente hanno ordinato 1.000 panini per corroborarsi durante la «resistenza». A questo punto la maggioranza (seguita dai parlamentari di Kukiz'15) si è ritirata sull'Aventino (cioè una sala accanto) e ha approvato la legge.

Nel frattempo (anche perché il disordine nel palazzo parlamentare era aumentato a dismisura a causa dei giornalisti) il «maresciallo» (presidente) del Sejm (la Camera dei deputati) ha deciso di regolamentare l'attività dei giornalisti all'interno del parlamento: l'accreditamento sarà concesso a un numero limitato di testate (prima alcuni gruppi editoriali monopolizzavano le conferenze stampa); non avranno più accesso a qualunque spazio all'interno del palazzo; per le interviste sarà predisposta una stanza attrezzata accanto all'aula parlamentare. Non ci saranno più interviste «rubate», assembramenti in aula o appena fuori da essa, dichiarazioni incomplete, manipolate o completamente inventate.

Apriti cielo! Il governo autoritario di Kaczynski (che, lo ricordiamo, non ha alcun incarico istituzionale) limita la libertà di stampa! Ed ecco l'inevitabile «manifestazione spontanea» di piazza davanti al parlamento, con l'appoggio di Tusk e di Walesa.

La manifestazione, iniziata il 16 dicembre, ha toccato dei momenti drammatici: i manifestanti hanno attaccato e tentato di ribaltare le automobili del premier e dei parlamentari del PiS (il partito di maggioranza); la polizia è intervenuta e i notiziari hanno diffuso la notizia (ripresa immediatamente dai media stranieri) dell'uso, da parte delle forze dell'ordine, di lacrimogeni, manganelli e persino pistole (cosa recisamente smentita dal portavoce della polizia); alcuni parlamentari sono rimasti chiusi nel palazzo fino a notte fonda perché i manifestanti hanno impedito loro di uscire e tornare a casa; ci sono stati alcuni attacchi da parte dei manifestanti anche nei confronti della polizia; anche alcuni giornalisti sono stati aggrediti (in una manifestazione a favore della libertà di stampa!).

Con il passare delle ore sono emersi anche particolari interessanti. Innanzitutto la manifestazione non è stata per nulla spontanea (ma qualcuno ancora crede nelle «manifestazioni spontanee»?) bensì organizzata giorni prima e autorizzata dal comune; alcuni dei feriti «mediatici» hanno finto a favore delle telecamere; tra i manifestanti ci sono diversi «ultras», picchiatori professionisti; ai rivoltosi è stata offerta assistenza legale gratuita da parte dell'ordine degli avvocati di Varsavia. Insomma: qualcuno ha cercato di alzare il tono dello scontro.

Il presidente Duda ha invitato alla responsabilità e ha incontrato i giornalisti alla ricerca di una mediazione. Mentre questo articolo va in pagina, proprio grazie all'intervento di Duda, la manifestazione sembra essere stata sciolta; alcuni però sostengono che si preparano nuove e più efferate violenze. Dunque la situazione potrebbe essere meno drammatica di quanto i media nostrani vogliano far credere? Forse potrebbe esserlo ancora di più.

Teniamo conto che uno dei leader dell'opposizione è Ryszard Petru (classe 1972), politico anomalo e dal curriculum particolare. Durante l'adolescenza Petru ha vissuto per qualche anno in Unione Sovietica perché i genitori erano collaboratori di un ente (l'Istituto Congiunto per la Ricerca Nucleare) controllato dai servizi segreti sovietici. Si laurea in informatica e si diploma alla Warsaw School of Economics, istituto modellato sulla celebre London School of Economics. Durante gli studi diventa assistente del professor Balcerowicz che fu l'autore della cosiddetta «terapia d'urto» applicata alla Polonia dopo il crollo del muro di Berlino: abbattimento della domanda interna, blocco dei salari (nonostante l'iperinflazione) e privatizzazione totale dei beni statali (a beneficio, ovviamente, di investitori stranieri). Tra il 2001 e il 2004 ha lavorato per la Banca Mondiale; in seguito ha ricoperto ruoli di leadership nei principali istituti di credito polacchi. Tra il 2008 e il 2013 ha svolto la funzione di intermediario tra Tusk e il Fondo Monetario Internazionale. In questo periodo un documento informale dell'ambasciata statunitense a Varsavia (reso pubblico da Wikileaks) lo definisce «consulente informale del Primo Ministro Tusk» (qualsiasi cosa sia un «consulente informale»...). Nel 2015 crea la fondazione NowoczesnaPL (Polonia moderna): prima sconosciuto al pubblico polacco, da qual momento appare in ogni media ad ogni ora del giorno e della notte (tanto che cominciano a circolare dei simpatici «meme» sulla sua onnipresenza). Infatti, poco dopo, annuncia la sua candidatura a leader della Polonia moderna e aperta al mercato e si presenta alle elezioni (ottenendo il 7% dei voti).

Quello che voglio dire è che non ci sono in gioco solo i privilegi del vecchio (ma mai domo) apparato sovietico riciclatosi al turbocapitalismo. L'aumento della tensione e l'escalation di violenza che in questi giorni sta coinvolgendo la Polonia accompagna una domanda che sempre più persone si pongono: sta per scoppiare una «rivoluzione colorata» in Polonia? La piazza del parlamento polacco sarà una nuova Majdan? Significa qualcosa il fatto che Soros ha investito parecchi soldi nell'ormai moribonda (senza i finanziamenti garantiti da Tusk) Gazeta Wyborcza, ex foglio di Solidarnosc e ora portavoce delle èlite europeiste, abortiste, neoliberiste e anticattoliche?

Due mesi fa il colonnello Adam Mazgula (ora in pensione) ha rilasciato una intervista al sito naTemat (del giornalista televisivo Tomasz Lis, direttore del settimanale Newsweek Polska, pubblicato dalla casa editrice tedesca Axel Springer Verlag e noto per la sua ferocia anticattolica). In questa intervista ha affermato: «L'esercito non può agire contro le autorità democraticamente elette. Per ora bisogna aspettare. […] se in futuro l'autorità supererà i limiti, soprattutto nei confronti della Costituzione, le cose possono cambiare» . Ricordiamo che gli alti gradi dell'esercito polacco sono ancora quelli del regime sovietico.

Il giorno stesso in cui cominciarono i disordini di Majdan, in Ucraina, i media erano già pronti. La moglie di un politico ucraino, Nikolai Knialycki, aveva appena fondato una televisione – espresoTV – in collaborazione con Reuters, CNN, Washington Post e la televisione polacca TVN, fondata da membri dei servizi segreti. Il redattore per la TVN era Michal Broniatowski. Figlio di quadri del regime sovietico (il padre era membro dei servizi segreti), Broniatowski cominciò a lavorare per la televisione statale nel 1979, a 25 anni. Nel 1985 (con il muro ancora eretto e ben solido) cominciò a lavorare per l'agenzia Reuters e da lì assunse via via ruoli sempre più rilevanti nelle comunicazioni; ora è caporedattore dell'edizione polacca della rivista economica statunitense Forbes. Ebbe la fortuna ed il privilegio di trovarsi a Kiev esattamente nel momento giusto per documentare gli avvenimenti di Majdan fin dalle origini. In questi giorni ha pubblicato un post su Facebook con il quale dà consigli su come scatenare una Majdan a Varsavia:

1. Motivare i giovani. […] Ne bastano due-tremila disposti a passare la notte al freddo, ma ce ne vogliono decine di migliaia per sostenerli di giorno.

2. Una grande piazza in centro alla città ed un grande edificio pubblico che può essere difeso sono essenziali per motivi logistici: WC, centro stampa...

3. Le tende devono avere un cartello con scritto «Ufficio parlamentare» per garantirsi l'immunità.

4. Le tende devono essere disposte come un accampamento fortificato; servono gabinetti portatili e mobili di legno.

5. Dopo un paio di giorni servono incidenti sanguinolenti; un milione di persone accorreranno a manifestare in piazza e nelle zone circostanti.

6. Bisogna organizzare i fondi per il cibo, la legna da ardere, l'impianto audio, un palco.

7. Occorre un servizio d'ordine.

8. È necessaria la presenza costante di artisti e di religiosi sul palco.

L'ex poliziotto Miroslaw Mrozewski ha scritto queste affermazioni sul suo profilo Facebook: «Sto parlando con dei colleghi che non hanno riconsegnato le loro armi di servizio, e che potrebbero tornare ad essere roventi».

Il giornale on line wPolityce.pl riferisce che diverse fonti vicine all'opposizione avrebbero riferito del seguente progetto: quando il Sejm riaprirà le porte ai giornalisti, alcuni di loro faranno in modo che alcuni elementi della piazza entrino nel palazzo. A quel punto appiccheranno il fuoco a dei copertoni e obbligheranno i parlamentari a lasciare il palazzo, che sarà in balìa della piazza. A quel punto dovranno essere indette nuove elezioni.