• IL REFERENDUM

Poteri forti e star per l'aborto: Irlanda allo scontro finale

Oggi gli elettori irlandesi sono chiamati a esprimersi su un quesito costituzionale che aprirebbe all'aborto libero. Soros, Amnesty, Onu, Ue e le star della musica in campo per il Sì. Ma i sondaggi danno il No in crescita. Merito di un lavoro eroico della voce dei pro-life, inevitabilmente sovrastata, ma fatta di un apostolato porta a porta. E' questo il buon seme da custodire.
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Oggi gli elettori irlandesi sono chiamati a dire se intendono respingere o mantenere (rispettivamente votando “sì” o “no”) l’ottavo emendamento all’articolo 40 della Costituzione, introdotto nel 1983 per garantire sia la tutela della madre sia il diritto alla vita dei bambini nel grembo materno. La norma che gli abortisti vogliono eliminare recita: “Lo Stato riconosce il diritto alla vita dei nascituri e, con dovuto riguardo all’uguale diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi di rispettare e, per quanto praticabile, difendere e rivendicare quel diritto attraverso le sue leggi”.

Come avvenuto in Italia e in altri Paesi, anche in Irlanda i giudici si sono presi la briga di indebolire la protezione per il nascituro stabilita dalla Costituzione e dalle leggi ordinarie, dando il via libera all’aborto nel caso di rischio suicidio per la donna (decisione del 1992, poi recepita nel Pregnancy Act del 2013), fattispecie di per sé ingiusta e quantomai aperta all’arbitrarietà, che infatti ha generato da allora abusi di vario tipo.

I sostenitori dell’aborto legale vogliono ora chiudere la partita, sapendo che gli anni di propaganda per presentare la questione come un’urgenza hanno modificato la mentalità di tanti irlandesi, anestetizzandone le coscienze e distogliendo l’attenzione dal fatto che la “scelta” che si reclama equivale al potere di vita e di morte su dei bambini. Questi attivisti hanno dalla loro parte una potenza di fuoco. La grande stampa, la National Union of Journalists (l’influente sindacato dei giornalisti d’Oltremanica, forte di oltre 3.500 membri nella sola Irlanda), l’Open Society del multimiliardario George Soros, organizzazioni come Amnesty International e istituzioni sovranazionali come l’Onu e l’Unione europea, che da tempo esercitano pressioni per modificare la legislazione irlandese in materia, fino a stelle della musica e del cinema, quali gli U2 e Liam Neeson: tutti schierati a favore dell’aborto.

Di fronte a tale spiegamento di forze, la voce dei pro-life è inevitabilmente sovrastata, nonostante il loro encomiabile impegno quotidiano, fatto di un apostolato porta a porta, la presenza sui social network e su diversi siti Internet creati ad hoc per informare i connazionali sull’entità della battaglia, l’uso di intelligenti campagne comunicative, tutte finanziate con le offerte dei volontari, come quella con il maxi-manifesto raffigurante un bambino con la Sindrome di Down e recante la scritta: “In Gran Bretagna, il 90% dei bambini con la Sindrome di Down sono abortiti”.

Il richiamo a quanto avviene nel Regno Unito, dove in 50 anni di aborto legale sono stati soppressi circa 9 milioni di bambini, ha suscitato le reazioni isteriche dei cosiddetti pro-choice (similmente a quanto sta accadendo in Italia, con la censura delle campagne di Pro Vita e CitizenGo, senza dimenticare la chiusura da parte di Facebook della pagina nazionale delle Sentinelle in Piedi), che hanno accusato i pro-life di strumentalizzare i bimbi con disabilità. Un’accusa così ridicola che non varrebbe nemmeno la pena commentare, visto che proprio i nascituri con malformazioni sono il principale bersaglio di ogni società che apra all’aborto e perciò all’eugenetica.

Se vincessero i “sì”, le protezioni normative per ogni nascituro verrebbero spazzate via. È già pronta infatti una proposta del governo di Leo Varadkar, capo del Fine Gael (un partito di centrodestra) e gay dichiarato, che al referendum del 2015 aveva sostenuto l’inserimento in Costituzione del “matrimonio omosessuale”: la proposta governativa è volta a consentire l’aborto fino a 12 settimane di gravidanza, per qualsiasi ragione. Inoltre, se il feto non ha raggiunto la capacità di sopravvivere autonomamente (il che avviene di solito non prima delle 21-24 settimane di gestazione; cfr. Carne, ossa, muscoli e tendini, di Leandro Aletti, p. 78-79), diverrebbe possibile ucciderlo per ragioni di salute fisica e mentale, altra fattispecie vastissima ed estendibile a piacere. La proposta di legge, infine, non fissa alcun limite temporale per l’aborto nel caso in cui vi sia “una condizione che colpisce il feto, la quale è probabile [grassetto nostro, ndr] porti alla morte del feto o prima della nascita o poco dopo”. È scritto nero su bianco che la vita umana vale come una cosa.

A riprova poi di quanto sia ingannevole l’idea che l’aborto sia per la “libertà” della donna, ricordiamo che anche in Irlanda sono tante le donne in prima linea a difendere i diritti dei nascituri. Come Cora Sherlock, leader della Pro Life Campaign, la parlamentare Carol Nolan, sospesa per tre mesi dal Sinn Fein (partito di sinistra) per la sua posizione contraria all’aborto, e ancora la cantante ed ex politica indipendente Dana Rosemary Scallon, madre di quattro figli, che nei giorni scorsi ha fatto un bellissimo intervento a difesa della vita, sottolineando la disinformazione che regna sovrana: “Per informare pienamente il popolo dell’Irlanda sull’imminente referendum, perché le nostre televisioni nazionali non trasmettono un video di un bambino di 12 settimane nel grembo materno?”.

Dana, che nel 1987 cantò davanti a san Giovanni Paolo II a New Orleans, ha ricordato che il suo Paese eccelle nella cura sia dei bambini che della salute delle madri, con uno dei più bassi tassi di mortalità materna al mondo, altro fatto che smaschera una delle maggiori mistificazioni degli abortisti. “Perciò, perché abbiamo tanta fretta di cambiare le nostre leggi?”, si è chiesta la donna, richiamando poi un fondamento della medicina: “Primo, non nuocere”. È grazie alla buona volontà di donne come lei e di migliaia di persone comuni che nelle ultime settimane - stando ai sondaggi, da prendere sempre con le pinze, in un senso o nell’altro - il “no” all’aborto ha recuperato terreno, sebbene sembrerebbero permanere circa 10-12 punti percentuali di differenza, con una discreta fetta di indecisi.

Al di là di come andrà a finire oggi, questa straordinaria mobilitazione dal basso è come il buon seme da custodire. C’è un popolo che è custode dell’identità cattolica irlandese, nonostante ultimamente le gerarchie ecclesiastiche non l’abbiano granché aiutato, rimanendo timide o silenti, pur con i dovuti distinguo, rappresentati da quei vescovi che sono apertamente intervenuti (il sito Choose Life 2018 ha raccolto diversi di questi interventi) per proteggere la vita ed esortare al “no” all’aborto, sostenendo il seguente messaggio: Love them both, “Amali entrambi”. Sia la madre sia il bambino.