• RISPOSTA AD "AVVENIRE"

Preghiera "contro"? È la Bibbia che la insegna

Un commento di Avvenire esalta i vescovi che prendono le distanze dalle preghiere di riparazione contro i "gay-pride" e nega la possibilità di pregare "contro". Ma tutti i Salmi lo sono, anche i Padri lo fanno e la Chiesa l'insegna da duemila anni. Possibili strumentalizzazioni non possono sminuire l'importanza della riparazione.

Preghiera di riparazione

«Mai la preghiera può essere ’contro'». Così sostiene Avvenire. In un articolo del 20 luglio firmato da Luciano Moia, il quotidiano dei vescovi italiani prende le difese dei "saggi" vescovi che desiderano mantenere le distanze dalle iniziative di riparazione pubblica, motivate particolarmente dai “gay pride” che stanno sempre più infestando la Penisola, da nord a sud.

«Schierarsi 'contro' all’iniziativa in sé, oltretutto invocando l’aiuto unilaterale di Dio, rischia di alimentare solo incomprensioni, pregiudizi e atteggiamenti di chiusura»; e via con la lista dei vescovi saggi: Lambiasi, Camisasca, Zuppi, Lorefice e poi i vescovi del Molise che, secondo le parole del loro comunicato, in occasione del gay pride di oggi 28 luglio, si rivolgono «con cordialità […] a tutti, specie a chi prenderà parte a questa manifestazione», che «sarà un'occasione di reale confronto, culturale e sociale».

Chissà se hanno mai visto qualche foto, o ascoltato qualche dichiarazione di questi meravigliosi eventi culturali. Vabbè, dopotutto che sarà mai qualche gluteo in esibizione o qualche manifestazione concreta di amore alternativo? Anzi, ben vengano, perché per i vescovi del Molise – Bregantini, Cibotti, De Luca, Palumbo – «più siamo capaci di accoglierci autentici sul piano sessuale, più ci accorgiamo di essere capaci di accogliere le varie etnie e lingue e culture, nella loro nativa ricchezza sociale e politica». Mah.

Dunque, la tesi incontrovertibile espressa da Moia è la seguente: «Pregare – anche implicitamente – 'contro' qualcuno o 'contro' qualcosa è scelta di presunzione spirituale, illusione farisaica, espressione di un giudizio morale superficiale e quindi proposito che contraddice il Vangelo». A questo punto potete prendere il libro dei Salmi e metterlo da parte per l’inverno, come materiale combustibile per le vostre stufe (se ne avete). Una delle note dominanti del Salterio è infatti proprio la preghiera “contro”, e in non pochi Salmi ci si trova di fronte ad una litania di improperi contro il maligno, l’ingannatore, l’iniquo, il ladro, l’avversario, lo stolto, il violento, lo sterminatore, l’oppressore, e via dicendo.

I Salmi sono la preghiera del cristiano, il quale, finché non passerà a miglior vita, è un uomo in guerra: una guerra spietata, che non dà tregua; una guerra contro un nemico astuto e crudele, che si nasconde dietro eventi, persone, ideologie per perdere le anime. Per questo Dio stesso – perché i Salmi sono parola di Dio, scuola di preghiera ispirata da Dio stesso – ci mette in bocca le parole per stanare e colpire l’ingannatore. Dire che non si può pregare “contro” significa aver perso completamente la bussola, non sapere minimamente cosa siano la vita cristiana e la preghiera, almeno secondo quanto ci trasmettono le Scritture e la tradizione dei Padri. Una preghiera solamente «umile, sorridente, aperta, gioiosa», come la auspica Moia, è una preghiera che corrisponde al vangelo di Tolstoj, ma non a quello di Gesù Cristo.

E’ chiaro che questo non è l’autorizzazione a pregare contro la suocera importuna, o contro il vicino ogni volta che non taglia i rami sul confine di proprietà. Ma neppure è semplicemente uno sfogo contro entità non ben definite o sintomi di una religiosità arcaica. Quando Sant’Agostino spiegava al suo gregge i Salmi, per lo più tramite la predicazione orale, lungi dall’addolcire i testi “contro”, in particolare quelli imprecatori, cercava invece di far capire a chi erano diretti e quanto fosse importante che venissero scagliati con veemenza dalla parte giusta: «Ognuno consideri il suo nemico. Se è cristiano, il suo nemico è il mondo. Nessuno pensi alle sue inimicizie private, mentre si prepara ad ascoltare le parole di questo salmo. Mettiamoci in testa che la nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i principi e le potestà, contro gli spiriti del male, cioè contro il diavolo e gli angeli suoi. E anche quando soffriamo le persecuzioni di uomini violenti, è il diavolo che li istiga, è il diavolo che li accende e li muove come suoi strumenti. Ricordiamoci sempre di questi due nemici: quello visibile e quello invisibile: l'uomo che vediamo e il diavolo che non vediamo. Amiamo l'uomo; guardiamoci dal diavolo. Preghiamo per l'uomo, preghiamo contro il diavolo» (Esposizioni sui Salmi, 55, 4).

I Padri hanno sempre avuto presente la forza esorcistica dei Salmi “contro”, quelli che non piacciono ad Avvenire, al punto che insegnavano a recitare i versetti imprecatori ad alta voce, perché, come dicevano s. Barsanufio e Giovanni di Gaza, «anche se tu non ti rendi conto, i demoni però se ne rendono conto e odono e tremano!» (Epist., 711).

Ecco allora quello che dovrebbe fare un buon vescovo: far capire che è necessario pregare contro il “gay pride” e qualsiasi altra diavoleria, perché pregare contro questa falsa ideologia, significa intervenire a favore di tanti fratelli caduti negli inganni del maligno, che stanno perdendo se stessi e stanno stendendo attorno a sé “il laccio del cacciatore”, sempre per usare un’espressione salmica. Prendete l’Apocalisse, capitoli 12 e 13. Cosa fa il drago, quando si rende conto che non può nulla contro la Donna e il suo Figlio maschio? “Se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza” (Ap. 12, 17). E come? Inventandosi una bestia che sale dal mare, dalle sette teste e dieci corna, che fa guerra contro i santi e li vince, ed un’altra che sale dalla terra, che opera prodigi e che marchia tutti gli uomini, ingannandoli. Il drago, il demonio, agisce ed opera per mezzo dei poteri e delle ideologie di questo mondo, le due bestie. Quando perciò Moia afferma che «Dio […]  non può essere schierato come 'arma' per esorcizzare le condizioni e le scelte di vita di uomini e donne», sta affermando esattamente il contrario di quello che la Chiesa ci ha insegnato ed ha praticato per duemila anni.

Si può e si deve pregare contro scelte oggettivamente immorali, perché quella è la sembianza che il drago ha assunto per incatenare ed asservire gli uomini; e non è un buon servizio quello del pastore che si mette a dire che la bestia non è così cattiva, ma solo un po’ monella e che non c’è bisogno di scagliargli contro i dardi infuocati della parola di Dio. Che sia mercenario e non pastore? O forse un pastore che ha perso un po’ il senso della realtà, visibile ed invisibile.

Una parola, poi sulla preghiera di riparazione. Secondo Moia, «pensare di coinvolgere i vescovi in preghiere di 'riparazione' preventive, significa ignorare da una parte il significato stesso della preghiera e dall’altra il ruolo del vescovo che è padre di tutti». Ma la riparazione non è un optional della vita cristiana, è un obbligo inerente al sacerdozio battesimale, ed ancor più al sacerdozio ministeriale. Dunque, proprio perché il vescovo è padre e pastore dovrebbe essere lui il primo riparatore della sua diocesi, come Cristo lo è stato dell’umanità. Pio XI, nella Miserentissimus Redemptor, ricordava che «questo dovere di espiazione incombe a tutto il genere umano», poiché tutti abbiamo peccato. E’ vero che la riparazione operata da Cristo è sovrabbondante e infinita, eppure, spiegava ancora Pio XI «noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere alle lodi e soddisfazioni che "Cristo in nome dei peccatori tributò a Dio", le nostre proprie lodi e soddisfazioni».

Questa lettera enciclica del 1928 era tutta incentrata sulla doverosa riparazione al Sacro Cuore, che «in cambio del suo amore infinito, anziché trovare un po’ di gratitudine, incontrò invece dimenticanza, indifferenza, oltraggi». Gesù, a santa Margherita Maria Alacocque, apostola del Sacro Cuore, chiese specificamente alcuni atti riparatori, che si possono riassumere nella Comunione riparatrice e nell’Ora santa, entrambe approvate e benedette dai Pontefici. Pio XI richiamava quanto fosse «urgente, specialmente in questo nostro secolo, la necessità dell’espiazione o riparazione» e presentava il triste spettacolo che aveva sotto gli occhi al suo tempo.

Allora è bene chiedersi: perché, di fronte al grave scandalo del “gay pride”, dove si propaganda il peccato impuro contro natura, i cattolici non dovrebbero avvertire l’urgente necessità della riparazione pubblica? Certamente, come in tutte le cose, ogni atto buono e santo può essere strumentalizzato e distorto; ma forse l’unico modo perché questo non avvenga, è che sia proprio il vescovo a presiedere la preghiera, a dargli il giusto orientamento (come è avvenuto a Imola).

Ma qui il problema, leggendo gli interventi dei vescovi “no-riparation” e l’articolo di Avvenire, sembra essere un altro: l’aver ceduto all’ideale del pacifismo non violento, fatto per uomini non abbastanza generosi da accettare di farsi carico del peccato (il proprio e quello dei propri fratelli) e che perciò hanno deciso che in fondo il peccato non è altro che, come dice Moia, un «percorso esistenziale», magari un po’ più accidentato di altri. O forse, il nocciolo della questione è ancora più profondo: è la perdita della realtà di Dio. Come spiegava Ratzinger, nel suo intervento a Fontgombault, nel 2001: «Riparazione, "espiazione", può forse evocare qualche cosa nel quadro dei conflitti umani e nella liquidazione della colpabilità che regna tra gli esseri umani, ma la sua trasposizione al rapporto tra Dio e l’uomo non può sortire buon esito. Ciò si collega sicuramente al fatto che la nostra immagine di Dio è impallidita, si è avvicinata al deismo. Non ci si può più immaginare che l’errore umano possa ferire Dio e ancor meno che debba avere bisogno di una espiazione, simile a quella che costituisce la croce del Cristo. Stessa cosa per la sostituzione vicaria: non possiamo affatto rappresentarci qualche cosa a questo riguardo. La nostra immagine dell’uomo è diventata troppo individualista per questo».