• I RISVOLTI

Pro Family Vita dura con la Cirinnà

Il problema delle politiche familiari dopo l'approvazione della Cirinnà. Anche l'Arcigay vuole entrare consulte comunali, come dimostra il caso di Trieste. Che fare? Tre strade: azioni mirate, far emergere i principi della famiglia naturale oppure resistere. Strade che comportano una maturazione della classe politica che oggi non si vede. Ma è nei tempi duri che si vede la stoffa dei credenti.

Il problema della politiche familiari dopo l’approvazione della Cirinnà è cosa piuttosto seria per chi è ancora interessato alla coerenza. Non con se stessi ma con le verità che la nostra coscienza si trova davanti e che riempiono la sua libertà politica.

Tutti i vecchi cavalli di battaglia delle politiche familiari sembrano spuntati. Facciamo un esempio concreto di questi giorni. A Trieste la giunta di centro-destra ha approvato l’istituzione della Consulta della Famiglia e ora se ne sta occupando il Consiglio comunale. Lo aveva promesso in campagna elettorale e ora sta mantenendo, anche in segno di discontinuità con la maggioranza precedente. Un tempo, quando la famiglia si sapeva cosa fosse, chiedere la Consulta della Famiglia e impegnarvisi era un cavallo di battaglia dei cattolici. Nel recente passato, nei vari comuni italiani, simili organismi erano spesso presieduti da cattolici e l’associazionismo pro family cattolico vi era ampiamente rappresentato. Per opposti motivi, le giunte di sinistra stentavano a far decollare questi organismi consultivi di base, perché la loro posizione nei confronti della famiglia era molto diversa. Anche a Trieste, infatti, la cosa era stata congelata.

Cosa succede invece adesso? Dalla Consulta della Famiglia è oggi impossibile tenere fuori l’ArciGay, l’associazione famiglie arcobaleno o altre aggregazioni della galassia LGBT. E’ impossibile per due motivi. Uno di fatto: le pressioni e le intimidazioni hanno creato una accondiscendenza diffusa alle teorie gender e ormai pochissimi vi si oppongono in campo aperto. Uno di diritto: dopo la Cirinnà, che all’articolo 3 equipara unioni civili e matrimonio, è molto difficile non incorrere in ricorsi se si fanno simili “discriminazioni”. C’è quindi la stranezza che i cattolici che ieri appoggiavano l’istituzione della Consulta della Famiglia oggi ne sono preoccupati e dissuadono le giunte – generalmente di centro-destra – a farlo.

Una giunta, come può essere quella di Trieste di cui si parlava, che voglia impiantare la Consulta per la Famiglia credendo di favorire così la famiglia naturale, finisce per creare una realtà praticamente inutile ma molto efficace per la cultura LGBT, con effetti contrari a quelli desiderati. La Consulta diventerà il palcoscenico per le nuove ideologie omosessualiste, non produrrà niente se non conflitti interni su cui però prevarranno i sostenitori delle nuove aperture post-naturali, molto più attivi e oggi sulla cresta dell’onda. Gli altri sono tutti intimiditi.

Ci si dovrebbe allora chiedere come fare delle politiche per la famiglia nell’epoca della Cirinnà, pur tenendo aperto l’obiettivo ultimo di abolire la legge. Senza farsi troppe illusioni però su questo punto, perché la 194, per esempio, è ancora lì, e intatta. La situazione è molto difficile, qualcosa si può però fare con intelligenza e coraggio.

Una prima modalità di azione è di aiutare la famiglia naturale con delle politiche ad hoc ma senza dirlo. Inutile mettere in piedi carrozzoni come la Consulta della Famiglia che poi verranno occupati da chi la famiglia la vuole distruggere. Bisognerebbe invece studiare piccole riforme mirate, scandagliare leggi e leggine, entrare nelle pieghe dei regolamenti, ma senza strombazzarlo sui giornali, che sono ormai quasi tutti venduti alla nuova causa LGBT.

Un secondo punto sarebbe, invece, di chiarire apertamente come stanno le cose. Rimanendo sempre nell’esempio ora fatto, precisare nel regolamento della Consulta della Famiglia che si sta parlando solo della famiglia naturale e chiarire che tutta l’attività della Consulta è indirizzata alla promozione di questa famiglia e non di altre adulterazioni. I criteri di partecipazione dovrebbero essere stabiliti di conseguenza.

A differenza della prima tattica, che era silenziosa, questa seconda è eloquente. Richiede però un grado di maturità e convinzione molto alta, perché prelude all’apertura di un lungo contenzioso con le forze contrarie. Contenzioso non solo politico ma anche giudiziale. Una maturità e convinzione difficilmente riscontrabili nella politica attuale, specialmente quando le giunte comunali sono formate da alleanze tra vari partiti e quindi non omogenee su questi temi. Una simile posizione sarebbe però un fatto importante: una specie di obiezione di coscienza politica, non individuale ma di una maggioranza in consiglio comunale, nei confronti di falsi diritti spacciati per tali e di una legge che non merita l’assenso di nessuno.

C’è poi una terza via, che consiste nell’obiezione di coscienza individuale. Certo non si tratterebbe in questo caso di politiche attive verso la famiglia naturale, ma di una indisponibilità morale, ma ugualmente importante anche sul piano politico. A questo sono chiamati soprattutto i sindaci. A proposito delle disposizioni della Cirinnà in tema di unioni civili, ma poi anche altri nel caso i sindaci delegassero. La delega non è una vera obiezione di coscienza. Il sindaco è chiamato in prima persona a fare obiezione. Nel caso invece delegasse, anche altre figure sarebbero chiamate a fare obiezione. Qualcuno lo ha già fatto. E’ nei tempi duri che si vede la stoffa dei credenti.