• SEMI DI VITA

Purghe nella Chiesa: la necessità del martirio bianco

Si può essere d’accordo o meno con i contenuti della lettera del teologo consulente della Conferenza episcopale americana, il frate cappuccino Thomas G. Weinandy, che per le sue parole è stato privato di un ruolo di spicco, ma non si può negare che queste descrivano una realtà evidente, dando voce alle domande di tanti a cui il papa non ha dato risposta.

E non si può nemmeno negare che coloro che cercano di obbedire alla tradizione e alla dottrina millenaria della Chiesa, avendo chiesto al papa il motivo del suo parlare ambiguo (chi può negare che sia usato come non mai dai media anticlericali in loro favore e da tutti quei vescovi e prelati, valorizzati da Francesco, che sostengono apertamente la necessità di cambiare la dottrina o la liturgia in senso protestante?), spesso domandando udienza, non sono mai stati considerati né ricevuti dal pontefice. 

Ripetiamo, si può essere d’accordo o meno su quanto ha deciso di fare il cappuccino, ma non si può negare che questi siano i fatti e che questi suscitino quantomeno delle domande. Certo li si può provare a giustificare in tanti modi rendendoli così metodo, ma le conseguenze di tali atteggiamenti sono anche queste palesi: chiunque sollevi una domanda su affermazioni mai sentite prima da un pontefice, sull’anarchia nelle conferenze episcopali, sullo scandalo che si vive di fronte al ribaltamento della morale cattolica dilagante, viene letteralmente identificato come un nemico del papa e della Chiesa. 

Peccato che nei retroscena che precedono la pubblicazione della lettera di Weinandy emerge tutto il contrario, secondo un tratto comune a molti di quanti hanno agito dapprima chiedendo chiarimenti ed esprimendo preoccupazioni al pontefice e poi, dopo una mancata risposta e un mancato colloquio, pubblicandoli.

Il primo tratto è l’amore profondo per la Chiesa, fino al rischio di perdere il proprio ruolo o di essere messi ai margini. Come è accaduto al cardinal Burke o al cardinal Sarah che, esprimendo in ogni loro scritto o conferenza la propria fedeltà alla Chiesa e al Papa fino alla morte e il dolore per la confusione presente, hanno avanzato le loro domande o riaffermato la dottrina pagando con l’emarginazione. 

Così, al pari di Burke e Sarah, anche Weinandy ha scritto al pontefice "con amore per la Chiesa e sincero rispetto per il Suo ufficio. Lei é il Vicario di Cristo sulla terra, il pastore del suo gregge, il successore di San Pietro e così la roccia su cui Cristo costruirà la sua Chiesa”. E come sappiamo che i cardinali che hanno avanzato i “dubia” su Amoris Laetitia, e pure Sarah, hanno agito dopo aver speso ore e ore davanti al tabernacolo, così ha fatto Weinandy che lo ha raccontato confessando di aver pregato a lungo Dio e di avergli poi detto così: “Se vuoi che scriva qualcosa, devi darmi un segno chiaro. Questo è il segno che domando. Domani mattina andrò a Santa Maria Maggiore a pregare e poi andrò a San Giovanni in Laterano. Dopo di che ritornerò a San Pietro…Durante questo intervallo, devo incontrare qualcuno che conosco, ma non vedo da molto tempo…non può essere americano, canadese o inglese…dovrà dirmi nel corso della nostra conversazione: "Continui con il suo buon lavoro di scrittura". Il racconto prosegue con l’incontro di un vescovo (non americano, canadese né inglese) conosciuto 20 anni prima che aveva letto un suo libro e che gli diceva: “Continui con il suo buon lavoro di scrittura".

Un altro tratto, oltre a quello dell’amore per la Chiesa e della preghiera, è l'integrità di questi uomini, la cui reputazione e condotta santa e umile di vita sono noti. Infine, quanti hanno parlato sapendo di poter pagare con la perdita del proprio ruolo hanno dimostrato che la fedeltà alla parola del Signore (quindi alla sua persona) supera ogni altro bene.

Ma, come ha notato in una sua inchiesta Dan Hitchens, sono pochi ad essere pronti a soffrire così per la Chiesa. Infatti, fra teologi o guide perplesse, intervistati in quattro continenti, tanti non hanno voluto comparire pubblicamente per paura di perdere il posto di lavoro, ammettendo apertamente di non essere pronti al “martirio bianco”. Tanti altri invece preferiscono negare il problema apertamente, non reggendo il dolore della lacerazione o pensando di contribuire così a calmare gli animi. Peccato che intanto la menzogna, che nasce dall’ambiguità, continui a crescere sulla pelle dei fedeli e del mondo. Insieme alla chiusura e all’intransigenza di quanti parlando di ponti, chiudono le porte in faccia a chi domanda umilmente ragioni. 

Al contrario Weinandy ha agito con fede: non tanto calcolando le conseguenze di un gesto, ma la sua conformità al suo compito di teologo e alla volontà divina. Così come hanno fatto Sarah e i cardinali citati, fra cui soprattutto Meisner e Caffarra, la cui morte ed offerta di vita, parsa a molti come una sconfitta, per il cristiano è il coronamento supremo della vittoria. 

Perché non c’è sacrificio come quello non solo del proprio ruolo, reputazione, onore o del dolore nel vedersi rappresentati come i nemici di ciò che più si ama al mondo, ma della propria stessa vita che possa essere usato da Dio per la salvezza degli uomini e quindi della fede. Perciò, domandare umilmente ragioni di affermazioni e azioni contrarie ad essa o ambigue, coscienti del proprio compito di guide per amore della Chiesa e in conformità al mandato di Dio, è l’unica via per salvarla, costasse anche una perdita, un fallimento o l'esistenza stessa. Ché chi ha fede sa che ciò che per tutti è perdita, la morte del chicco di grano, per la Vigna del Signore è il seme più fecondo di vita.