• IL PAPA EMERITO

Ratzinger, la presenza lucida che veglia sulla Chiesa

Su 7, il magazine del Corriere, Massimo Franco racconta il recente incontro ai Giardini Vaticani con Benedetto XVI. Il quale mostra una lucidità invidiabile, smentendo chi insinuava dubbi sulla paternità dei suoi “appunti” sulla pedofilia. Spazio anche ai rapporti con papa Francesco e a quella che è la preoccupazione principale di Ratzinger: l’unità della Chiesa.

L’abito bianco, i sandali ai piedi e il volto smagrito ma sorridente. Così si presenta il papa emerito nella copertina di Sette. L’ultima edizione, uscita ieri, del magazine del Corriere della Sera ospita un articolo-resoconto di Massimo Franco, reduce da un incontro con Benedetto XVI nei Giardini Vaticani (in alto, foto di Stefano Spaziani per il Corsera).

Il giornalista, che da sempre non nasconde la stima e la conoscenza diretta con Ratzinger, racconta il loro recente incontro, alla presenza di monsignor Georg Gaenswein, prefetto della Casa pontificia, e del vignettista Emilio Giannelli. «La voce di Benedetto XVI», spiega Franco, «è poco più di un soffio (...) ma quello che dice e lo sguardo attento, penetrante, mostrano una lucidità e una rapidità di pensiero invidiabili in chiunque». Un’osservazione utile anche per fugare ogni dubbio sulla paternità dei famosi appunti sulla pedofilia nella Chiesa pubblicati ad aprile sul mensile Klerusblatt (clicca qui per il dossier della Nuova BQ) e di cui Franco ricostruisce una volta per tutte i tempi e le modalità di scrittura, non senza una vena polemica nei confronti di «qualche cardinale e qualche collaboratore di Francesco (che) ha cercato di accreditare anonimamente la tesi di un testo scritto da altri».

L’editorialista del Corriere sostiene che «se per caso fossero stati nel piccolo monastero immerso nei Giardini Vaticani nel novembre scorso, i critici avrebbero constatato quanto fossero male indirizzate le loro malignità». La redazione di quegli appunti è proseguita fino a febbraio, quando sono stati poi trascritti al computer da suor Birgit Wansing e infine rivisti di nuovo da Ratzinger. Un intervento che, secondo il giornalista del Corsera, avrebbe avuto il merito di increspare «la superficie del conformismo vaticano» spiazzando «la cerchia stretta di alcuni consiglieri di Bergoglio».

L’articolo non tace poi sull’inedita coabitazione tra il pontefice regnante e il papa emerito, rilevando come quest’ultimo venga visto dagli scontenti del pontificato di Francesco come «una sorta di leader spirituale e morale alternativo; e come a una certezza in termini dottrinali». Tuttavia, si fa notare anche come Benedetto XVI abbia sempre rifiutato di essere ‘tirato per la giacca’, non mettendo mai in discussione «i rapporti leali e affettuosi» con il suo successore, «nonostante le vistose differenze di personalità, di approccio alla dottrina e alla liturgia».

Secondo quanto scrive Franco, la difficile gestione di una situazione senza precedenti nella storia recente, avrebbe portato alcuni «esponenti dei vertici vaticani» a rispolverare l’idea della promulgazione di un motu proprio atto a «ingabbiare Ratzinger nel ruolo di muto eremita». Un documento che però non incontrerebbe il consenso di Francesco, determinato a non «ipotecare il comportamento dei successori, lui compreso, se un giorno scegliessero la rinuncia al papato».

Il passo indietro di sei anni fa non ha impedito a Benedetto XVI di seguire con attenzione e costanza quanto avviene ogni giorno nella Chiesa e di far «arrivare la sua voce flebile ma in alcuni casi dirompente». Massimo Franco riconosce a Ratzinger il ruolo di «sponda e argine rassicurante per quanti nella Chiesa di Francesco non si trovano a proprio agio» ma anche «per riaffermare alcuni principi teologici e arginare, sul fronte opposto, le pressioni su Francesco di quanti vorrebbero assecondare un dialogo radicale e rischioso con la modernità».

Su questo punto in particolare, l’editorialista del Corriere si riferisce a quei collaboratori di Bergoglio che hanno dato prova, a suo dire, di un «approccio dottrinale più empirico, molto latinoamericano». L’unità della Chiesa appare la preoccupazione principale del papa emerito a cui non sfuggono, scrive Franco, «i fantasmi di uno scisma», specialmente nella sua terra d’origine. Ratzinger, però, risponde sempre allo stesso modo a tutti i cardinali e vescovi che gli manifestano i loro timori per la situazione: «L’unità della Chiesa è sempre in pericolo, da secoli», ma «alla fine ha sempre prevalso la consapevolezza che la Chiesa è e deve restare unita», perché «la sua unità è sempre stata più forte delle lotte e delle guerre interne».

E per non generare confusione, pare che Ratzinger sia solito ricordare agli interlocutori più critici che «il papa è uno: Francesco».  Per quanto riguarda la realtà tedesca, dove le posizioni aperturiste dei vescovi progressisti stanno «destabilizzando il cattolicesimo», Benedetto XVI viene indicato da Franco come «il terminale e l’elemento moderatore». Il giornalista, poi, racconta che è stato proprio il papa emerito a «incoraggiare e consolare» il cardinale Gerhard Müller dopo la fine del suo mandato alla Congregazione per la dottrina della fede.

In tempi recenti, l’editorialista aveva raccolto sul Corriere le significative dichiarazioni del porporato tedesco che aveva criticato l’eccessivo interventismo politico di alcuni collaboratori di Francesco. Nell’articolo pubblicato su Sette, l’autore riconosce che Müller è diventato «uno dei (...) critici più puntuti e irriducibili» dell’attuale pontificato, ma spiegando che «lo ha fatto in un’ottica unitaria che stride coi propositi bellicosi e suicidi delle tifoserie dei “due papi”».

Nel resoconto dell’incontro, poi, c’è spazio per gli elogi di Ratzinger all’Italia («bellissimo Paese ma un po’ caotico. Però alla fine riesce sempre a ritrovare la sua strada») ed emerge la sua attenzione per la politica italiana, ricordando in particolare la figura di Giulio Andreotti. Non è una novità: già lo scorso anno, in uno scritto inedito per Oltretevere di Alessandro Acciavatti, il papa emerito aveva avuto parole di elogio per lo statista democristiano a cui lo legava un duraturo rapporto di stima e conoscenza (oltre che di collaborazione per la rivista 30 Giorni) e di cui aveva ammirato la forza d’animo dimostrata negli anni dei processi.