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Real-Manchester, l'ultima sfida di Mourinho

Real-Manchester non è solo una sfida stellare che per blasone e storia delle squadre non ha eguali. L’andata di questa sera al Bernabeu e il ritorno fra tre settimane all’Old Trafford sono le due partite dove José Mourinho si gioca tutto. 

Mourinho

Real-Manchester non è solo una sfida stellare che, come ricordato da Sir Alex Ferguson, per blasone e storia delle squadre non ha eguali. L’andata di questa sera al Bernabeu e il ritorno fra tre settimane all’Old Trafford, infatti, sono le due partite dove José Mourinho si gioca tutto.
Per la prima volta in carriera il portoghese si trova confrontato con il rischio di un clamoroso fallimento: non conquistare la Champions League, la fatidica decima che i blancos inseguono dal 2002, vorrebbe dire mancare l’obiettivo per il quale Florentino Perez lo ha coperto d’oro strappandolo a Moratti e all’amore del popolo nerazzurro.

A Madrid Mourinho ha avuto fin da subito vita più difficile di quella che forse si sarebbe aspettato. Se a Londra o a Milano doveva occuparsi tuttalpiù di difendersi dalle critiche dei giornalisti e dagli attacchi dei Wenger o dei Lo Monaco di turno, infatti, in Spagna lo Special One si è trovato di fronte un avversario fortissimo, forse troppo. Per quanto la rosa del Real non abbia nulla da invidiare a nessuno, il Barcellona di Messi e di quel calcio fatto di palleggio e possesso palla che ha cambiato la storia, si è rivelato un avversario ostico come mai il portoghese ne aveva trovati sulla sua strada.

Ecco che allora Mourinho, abituato a vincere tutto subito o quasi, ha dovuto portare pazienza. Al primo anno la Coppa del Re, l’anno seguente il campionato, ed eccoci alla terza stagione, quella decisiva, quella per cui è stato chiamato al Bernabeu, quella dove è condannato a conquistare l’Europa. Non conta infatti che lo scorso anno abbia vinto la Liga con nove punti di vantaggio sui marziani blaugrana: i tifosi aspettano la Champions, Florentino Perez aspetta la Champions, e l’opinione pubblica aspetta la Champions, altrimenti sarà un fiume di critiche e addio assicurato alla panchina del Real.

Senza Coppa dalle grandi orecchie in bacheca a fine stagione, insomma, sarebbe un fallimento agli occhi di tutti. E per Mourinho si tratterebbe del primo flop della carriera, dal momento che sarebbe la prima volta che lascia una squadra senza tifosi e giocatori in lacrime che gli cantano «se ci lasci non vale».
Sulla carta il Real Madrid ha tutte le credenziali per trionfare il 25 maggio a Wembley, ma, al di là dell’ostacolo Red Devils negli ottavi, l’impresa appare difficilissima, per non dire proibitiva.

Questo perché, ed è la notizia dei due anni e mezzo di esperienza madridista, Mourinho non ha con sé tutto lo spogliatoio, ma neppure la dirigenza e la tifoseria. A Milano il tecnico si era trovato in un club abituato a sentirsi vessato da rivali e istituzioni, e ha avuto gioco facile nell’essere seguito ad occhi chiusi in quel suo ergersi a condottiero della crociata contro le “forze del male”. La società, i giocatori e i tifosi dell’Inter avrebbero seguito Mourinho anche in guerra perché lui era l’unica certezza che avevano. Lo stesso, pur con altre sfumature, era accaduto al Chelsea, dove una squadra che mancava dai vertici del calcio britannico da quasi mezzo secolo vide nel lusitano l’incarnazione della riscossa e del ritorno sui grandi palcoscenici.

Ma a Madrid è diverso, perché lì la certezza si chiama Real, ovvero il più grande club della storia del calcio, dove non contano solo i risultati, ma sono importanti anche lo stile dentro e fuori dal campo.
Al Real Mourinho non è riuscito a dar vita a quell’identificazione della squadra con la sua persona che gli ha garantito i successi altrove, perché la cosa più importante dalle parti del Bernabeu rimane il Madrid in quanto istituzione. E non importa se sei l’allenatore più vincente degli ultimi dieci anni: se siedi sulla panchina del Real non puoi permetterti di infilare le dita negli occhi degli avversari, non puoi tenere fuori il capitano pensando che tutti tacciano perché si fidano di te. Ma, soprattutto, non conta solo che tu vinca, ma anche come vinci.

Con la società ci sono stati fin da subito problemi che hanno portato all’allontanamento del potentissimo Valdano, reo di non permettere al portoghese di fare il bello e il cattivo tempo in ogni aspetto della galassia Real. Pure con i tifosi non è stato amore a prima vista, tanto da spingere il tecnico a chiedere svariate volte un clima più caloroso nelle sfide casalinghe. In particolare, però, è con lo spogliatoio che Mourinho non è entrato in perfetta sintonia, non essendo riuscito a creare quell’empatia che trasforma il rapporto giocatori-allenatore in fedeltà assoluta in nome dell’obiettivo comune.

Se sia vero che alcuni senatori come Casillas e Sergio Ramos hanno chiesto a Perez la testa del mister non è dato saperlo, quel che è certo è che il clima che si respira nel gruppo non è minimamente paragonabile a quello dei tempi di Appiano Gentile o di Cobham. Per questo motivo riesce difficile pensare a un Real campione d’Europa, se è vero che Mourinho ha costruito i suoi successi sull’unità del gruppo quasi si trattasse di una famiglia.

Sarà ovviamente il campo a darci il responso, e non è da escludere che il portoghese in questi mesi tiri fuori il coniglio dal cilindro riuscendo a compattare lo spogliatoio quel tanto che basta per ottenere la decima. Ma se così non fosse, se Mourinho dovesse davvero fare i conti con il primo fallimento della propria carriera, allora sarà interessante vedere come si muoverà, cosa dirà e cosa farà. Avremo a che fare per la prima volta con un Mourinho perdente, e sarà l’opportunità di capire meglio di che pasta è fatto l’uomo.

Ricordando già ora che, quando gli chiesero quale fosse stato il giorno più bello nell’anno del triplete nerazzurro, il portoghese rispose: «quello della promozione di mia figlia Matilde jr». A dimostrazione che anche per il tecnico più pagato e invidiato del mondo, non sono il calcio, le vittorie e le sconfitte, l’ultimo orizzonte.