• L’APPELLO DI 200 ACCADEMICI

«Riassumete i docenti licenziati del GPII»

Due nuove lettere firmate da studiosi di varie nazionalità chiedono il reintegro di monsignor Melina e degli altri docenti del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II ingiustamente licenziati dopo il colpo di mano attuato da Paglia con i nuovi statuti. In gioco c’è «la distruzione dell’eredità» di papa Wojtyla, denuncia Norbert Martin, uno dei fondatori del GPII. E intanto gli studenti, per salvare l’Istituto, lanciano una campagna di preghiera in onore della Madonna di Fatima.

Continua a destare dolore e sconcerto nel mondo cattolico la rivoluzione in atto al Pontificio Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del Matrimonio e della Famiglia (vedi il dossier della Nuova BQ), come testimoniano diversi nuovi interventi negli ultimi 15 giorni, tra cui due lettere aperte firmate da accademici e ricercatori di varie nazionalità, che chiedono il reintegro dei docenti licenziati a seguito dell’approvazione dei nuovi statuti.

LA LETTERA DEI 181

La prima delle due missive porta la data del 20 agosto ed è rivolta a monsignor Pierangelo Sequeri, preside del “Giovanni Paolo II” dal 2016, e al Gran cancelliere dello stesso istituto, monsignor Vincenzo Paglia, principale artefice della suddetta rivoluzione.

La lettera - fatta di poche righe e divulgata dal National Catholic Register con 181 firme - esprime «grande preoccupazione» per il licenziamento di monsignor Livio Melina e padre José Noriega, docenti di ruolo di Teologia morale (rispettivamente, fondamentale e speciale), cioè dell’insegnamento attorno al quale papa Wojtyla aveva inteso fondare l’Istituto. «Non vediamo alcun motivo convincente, né di natura scientifico-accademica né di natura dottrinale o disciplinare, che giustifichi la loro rimozione dalle loro posizioni», scrivono i firmatari, tra cui figurano Robert George, professore di Giurisprudenza a Princeton, Janet Smith, filosofa e docente in pensione di Teologia morale, Robert Fastiggi, docente di Teologia sistematica che nel 2017 firmò una difesa del punto 303 di Amoris Laetitia (dunque non sospettabile di essere “contro” papa Francesco come spesso si dice strumentalmente), Stephan Kampowski, ordinario di Antropologia filosofica allo stesso “Giovanni Paolo II”, e diversi altri studiosi di fama internazionale.

I sottoscrittori domandano quindi a Paglia e Sequeri di «revocare» la loro decisione e «reintegrare» Melina e Noriega come docenti di ruolo, cosicché l’Istituto «possa mantenere il suo alto profilo accademico e il suo prestigio internazionale».

Tra i firmatari di questa breve lettera c’è anche il professore tedesco Norbert Martin, il primo sociologo voluto all’Istituto dal santo polacco, che già nel 1981 lo chiamò per partecipare alla sua fondazione e quindi al suo successivo radicamento.

NORBERT MARTIN: “VOGLIONO DISTRUGGERE L’EREDITÀ DI GPII”

Da testimone privilegiato della visione alla base del “Giovanni Paolo II”, dove insegnò fino al 1993, Martin ha pubblicato il 28 agosto un’altra più ampia lettera (diffusa in inglese da Life Site News e recante la firma di altri sei accademici), rivolta non solo a Paglia e Sequeri ma anche al cardinale Giuseppe Versaldi e all’arcivescovo Vincenzo Zani, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione per l’Educazione cattolica.

Nella sua lettera - oltre a chiedere la riassunzione dei docenti licenziati senza motivo, tra cui menziona anche il filosofo Stanislaw Grygiel e la bioeticista Luisa Di Pietro - il sociologo parla del piano letteralmente provvidenziale che ha consentito la nascita dell’Istituto e la sua espansione con filiali in diversi Paesi. «Noi tutti eravamo e siamo ancora convinti che la Divina Provvidenza ha dato alla Chiesa e al mondo, attraverso papa Giovanni Paolo, un carismatico nuovo inizio nel campo dell’insegnamento della Chiesa sul matrimonio […], che è stato allo stesso tempo un baluardo contro le ideologie anti-famiglia che erano intanto sorte», scrive Martin, ricordando tra gli altri meriti di questo nuovo inizio quello di aver fornito la cornice antropologica entro cui leggere l’Humanae Vitae di san Paolo VI.

Purtroppo, lamenta il docente tedesco, «questo sviluppo benefico ha trovato ora una brusca fine a causa dell’approccio arbitrario del Gran cancelliere, l’arcivescovo Paglia - recentemente nominato da papa Francesco - e del nuovo preside, monsignor Sequeri». Il colpo di mano che ha condotto al licenziamento dei docenti più rappresentativi si può spiegare, secondo Martin, in un solo modo plausibile, cioè solo se si vuole «abolire la visione originaria di papa Giovanni Paolo II». Da qui la domanda: «A chi giova?».

Dopo aver ricordato la fedeltà di monsignor Melina e di tutti gli altri professori licenziati agli insegnamenti contenuti nell’Humanae Vitae e nella Veritatis Splendor, e dunque al magistero trasmesso dai Papi - da Paolo VI a Giovanni Paolo II, fino a Benedetto XVI - Martin chiede ancora ai nuovi vertici dell’Istituto: «Questo orientamento teologico non piace alle attuali autorità accademiche?». E quindi affonda il dito nella piaga: «Il relativismo che qui distrugge le basi dell’insegnamento della Chiesa diventa chiaro quando adesso, invece, vengono assunti insegnanti che riflettono sulla giustificazione morale della contraccezione o che ritengono che le pratiche omosessuali siano possibili e accettabili in alcune situazioni».

Martin ricorda quindi il radicale cambio di paradigma veicolato dalla fallace etica situazionista: le azioni dell’uomo non vengono cioè più giudicate sulla base di una legge naturale eterna, che implica l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi sempre e comunque; ma è l’uomo stesso a stabilire, a prescindere dalla legge naturale, ciò che è bene e ciò che è male, nel solco della cosiddetta «morale autonoma» indicata come erronea da Wojtyla nella Veritatis Splendor. Perciò, tirando le somme di quanto avvenuto, il professore tedesco scrive: «Qui c’è davvero un obiettivo nascosto: la distruzione dell’eredità di Giovanni Paolo II, l’accantonamento dei documenti fondamentali del suo pontificato (Familiaris Consortio, Fides et Ratio, specialmente anche la Veritatis Splendor e l’Evangelium Vitae e altri testi magisteriali), nonché delle sue catechesi del mercoledì sulla Teologia del Corpo».

Come già denunciato dal professor Berthold Wald, anche Martin sottolinea che le procedure  seguite per rivoluzionare il “Giovanni Paolo II” sono un affronto alla libertà accademica, contraddicono il Processo di Bologna sugli standard universitari europei e comportano «conseguenze imprevedibili per la reputazione della Chiesa nel campo delle università», per la gioia dei nemici della Sposa di Cristo. Il sociologo usa quindi l’immagine dell’incendio e della necessità di spegnerlo. E, stavolta senza fare nomi, spiega che alla luce dei fatti «si ha l’impressione che un leader che mira consapevolmente ad altri obiettivi stia facendo molti danni» e perciò bisogna «licenziarlo e sostituirlo con un leader fidato che ripristini lo status quo ante». Per farlo serve in primis ritirare i provvedimenti arbitrari e riassumere i docenti licenziati senza giusta causa, «in modo che l’Istituto possa continuare a sviluppare ulteriormente i suoi effetti benefici. Papa Francesco ne ha la chiave».

GLI STUDENTI E L’APPELLO ALLA PREGHIERA

Infine, va segnalata un’altra importante iniziativa. Molti studenti ed ex studenti del “Giovanni Paolo II”, che già all’esplosione del caso avevano scritto una dura lettera di denuncia del metodo Paglia, hanno avviato su un sito creato ad hoc la «Campagna Spirituale #Prega GP2», chiedendo ai fedeli di offrire Messe, Rosari, digiuni e visite al Santissimo Sacramento in onore della Madonna di Fatima. Il cui messaggio è intimamente legato all’ispirazione che portò Giovanni Paolo II a voler fondare l’Istituto, come ricordò in una testimonianza scritta il cardinale Carlo Caffarra (clicca qui), che nell’occasione richiamò anche la profezia scrittagli negli anni Ottanta da suor Lucia di Fatima e cioè che lo scontro decisivo tra Dio e Satana sarebbe stato proprio su matrimonio e famiglia.

C’è dunque bisogno, a maggior ragione, di offrire atti di pietà, raccogliendo l’appello lanciato dagli studenti con le parole di Wojtyla: «La preghiera è anche un’arma per i deboli e per quanti subiscono l’ingiustizia. È l’arma di quella lotta spirituale che la Chiesa combatte nel mondo: essa non dispone di altre armi».