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"Santità, quanta confusione". E il teologo viene "purgato"

Ha scritto una lettera al Papa dicendo, apertis verbis, che il suo pontificato sembra contrassegnato da «una confusione cronica» e, lo stesso giorno in cui la missiva è stata resa pubblica, ha dato le sue dimissioni. Con ogni probabilità “gentilmente” richieste.

E’ la sorte toccata a padre Thomas G. Weinandy, 71 anni, teologo cappuccino di fama internazionale residente a Washington, che lo scorso 1 novembre ha reso pubblica sul portale web Crux e sul blog del vaticanista Sandro Magister una lettera che era stata recapitata a Francesco nel luglio scorso. La conferenza episcopale statunitense, lo stesso giorno, ha pubblicato un comunicato a firma di James Rogers in cui si dice che «dopo aver parlato con il segretario generale della conferenza episcopale, padre Thomas Weinandy, OFM, Cap., si è dimesso immediatamente dalla sua posizione come consulente alla commissione Usccb sulla dottrina. Il lavoro della commissione è fatto a sostegno, in collegialità affettiva, con il Santo Padre e la Chiesa negli Stati Uniti. Le nostre preghiere vanno per il padre Weinandy mentre il suo servizio al comitato si chiude».

La lettera di Weinandy, membro della Commissione Teologica Internazionale e direttore esecutivo del segretariato per la dottrina della conferenza episcopale degli Stati Uniti dal 2005 al 2013, è stata redatta in modo sofferto. Addirittura, come racconta lo stesso padre, dopo aver chiesto un segno dal cielo. Comunque le critiche portate sono diverse, «in primo luogo», scrive, «c'è il controverso capitolo 8 di "Amoris laetitia". Non c’è bisogno qui di dire le mie personali preoccupazioni riguardo al suo contenuto. Altri, non solo teologi ma anche cardinali e vescovi, lo hanno già fatto». Perché «lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, e in particolare a lei, per sconfiggere l'errore, non per favorirlo».

Poi stigmatizza quello che gli pare un atteggiamento di ostilità alla dottrina, perché «coloro che svalutano le dottrine della Chiesa si separano da Gesù, autore della verità». In terzo luogo, scrive il teologo «i fedeli cattolici possono essere solo sconcertati dalle sue nomine di certi vescovi, uomini che non solo appaiono aperti verso quanti hanno una visione contrapposta alla fede cristiana, ma addirittura li sostengono e difendono». In questo punto, secondo alcuni commentatori statunitensi, potrebbe ravvisarsi la causa prossima delle dimissioni di padre Weinandy. Perché il pensiero porta ad alcune nomine di Francesco all’interno della conferenza episcopale americana, ad esempio quelle dei cardinali Blase Cupich, Joseph Tobin e Kevin Farrel, oltre all’anziano cardinale Donald Wuerl, che possono essere stati punti nel vivo da questo passaggio e fatto sentire il loro peso al presidente dei vescovi Usa, il cardinale Daniel Di Nardo.

Ma si tratta solo di supposizione, certo è che la conferenza dei vescovi a stelle e strisce sta mutando pelle, seppure le resistenze siano fortissime. Il Papa, fin dal suo viaggio in Usa del 2015, ha proposto un cambio di passo ai vescovi americani, riorientandoli verso la sua sensibilità contraria alle “guerre culturali”. In fondo le dimissioni del teologo cappuccino sono un segno di una spaccatura che attraversa anche l’episcopato americano. Il cardinale Di Nardo ha poi rilasciato una dichiarazione in cui sottolinea come si debba svolgere «il dibattito nella chiesa», senza polarizzazioni di tipo politico che vengono enfatizzate dalla «stampa popolare».

Resta però il fatto che nel settore che la stampa tende a considerare come “conservatore” si riscontrano quasi tutte le prese di distanza poste in essere dall’attuale pontificato. E’ facile pensare alla non risposta data ai dubia dei quattro cardinali a proposito di alcuni passi di Amoris laetitia; il fatto di non aver mai ricevuto in udienza le quattro porpore seppure richiesto; la vicenda dell’Ordine di Malta e del cardinale Raymond Burke; la non conferma del cardinale Gerhard Muller a prefetto della Dottrina della fede; le riprese alle dichiarazioni del cardinale Robert Sarah, prefetto al Culto divino; il mutamento di pelle dell’Accademia per la Vita; la ri-fondazione dell’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia.

Peraltro, padre Weinandy nella lettera ha espresso con chiarezza la sua principale preoccupazione. «Lei», ha scritto rivolgendosi a Francesco, «ha parlato spesso della necessità della trasparenza all'interno della Chiesa. Lei ha incoraggiato spesso, soprattutto durante i due sinodi passati, tutte le persone, specialmente i vescovi, a parlare francamente e a non aver paura di ciò che il papa potrebbe pensare. Ma lei ha notato che la maggioranza dei vescovi di ​​tutto il mondo stanno fin troppo in silenzio? Perché è così? I vescovi imparano alla svelta, e ciò che molti di loro hanno imparato dal suo pontificato non è che lei è aperto alla critica, ma che lei non la sopporta. Molti vescovi stanno in silenzio perché desiderano essere leali con lei, e quindi non esprimono – almeno in pubblico; in privato è un’altra cosa – le preoccupazioni che il suo pontificato alimenta. Molti temono che se parlassero con franchezza sarebbero emarginati o peggio».

Forse ha ragione il cardinale Di Nardo quando parla di come impostare il «dibattito» all’interno della Chiesa, cioè tenendo presente la regola di S. Ignazio per cui si deve sempre cercare di dare una buona interpretazione verso il prossimo più che condannarlo. E, scrive il capo dei vescovi Usa, ciò vale a maggior ragione per l’insegnamento del Santo Padre. Sarebbe però utile capire come mai, di fronte ad uscite che possono gettare confusione nel popolo di Dio, ad esempio alcune del vescovo di Anversa Johan Bonny, oppure del vescovo di San Diego Robert Walter McElroy, o del Generale dei gesuiti padre Arturo Sosa, non vi sia quello stesso zelo per evitare che i piccoli si confondano e la Chiesa venga attentata nella sua unità.