• CALTANISSETTA

Scuola cattolica in moschea islamizzazione nascosta

Bambini delle elementari seduti e scalzi sui tappeti di una moschea. Succede a Caltanissetta dove una 60ina di studenti di una scuola cattolica è stata accompagnata dalla suora a visitare la locale moschea. Un'opera nascosta di daʿwa, il proselitismo islamico, travestito da innocenti scambi "culturali". 

Bambini delle elementari seduti sui tappeti di una moschea. Succede a Caltanissetta dove una 60ina di studenti di una scuola cattolica, L’Oasi Cristo Re è stata accompagnata dalla direttrice della scuola, una suora e da due docenti a visitare la locale moschea. Il tutto all’interno della festa dei Popoli organizzata dalla Caritas locale. Dalle cronache dei giornali si apprende che l’iniziativa è stata resa possibile grazie al coinvolgimento del Centro Islamico di Caltanissetta che dal 2009 ha una moschea nel capoluogo nisseno.

I bambini delle classi IV e V hanno mangiato dolci offerti dall’imam e ascoltato le spiegazioni sulla religione islamica. Tutto all’insegna del dialogo e dell’accoglienza. “Abbiamo dato alcune indicazioni sulla nostra religione, sul significato di alcune parole, quali ad esempio imam e siamo rimasti colpiti dalla loro curiosità”, ha dichiarato il portavoce della comunità islamica locale.

Si tratta di un’iniziativa che dietro l’apparente innocenza, mostra in realtà molti rischi. A onor di cronaca va detto che le scolaresche sono state accompagnate anche a visitare altri templi e chiese della cittadina, tra cui quello ortodosso. Ma ciò che si fatica a cogliere in questa iniziativa è l’accettare sic et simpliciter che la conoscenza passi per forza dal mescolamento delle identità.

Facile conoscere in questi termini una realtà che si vuole mostrare come amica e accogliente. Più difficile però spiegare anche le ragioni del perché queste iniziative rischiano di fare il gioco di una cultura, quella islamica, che è naturaliter anti cristiana.

Dato che ai bambini sono state spiegate alcune parole dell’Islam, chissà se l’imam avrà detto loro anche il significato della parola daʿwa. In arabo è l'azione di proselitismo dell’islam. Si tratta di una parola che letteralmente vuol dire “propaganda, appello, richiamo”. E per i musulmani l’azione di invitare il prossimo all’islam è un dovere e colui che si prodiga nel fantomatico esercizio di convincere il prossimo ad abbracciare l’islam è un dāʿī. (vedi l’articolo di Lorenza Formicola).

Ora, non c’è dubbio che l’imam di Caltanissetta sia un bravo islamico, così bravo che, aprendo le porte della moschea ai bambini, ha compiuto quello che deve fare un buon musulmano: un’azione politica che mira all’islamizzazione sociale e civile del luogo in cui agisce. Sostanzialmente, come ha detto la scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali quello che la “lunga marcia attraverso le istituzioni fu per i marxisti del ventesimo secolo: una sovversione dall’interno, l’uso della libertà religiosa per sconvolgere quella stessa libertà” è la daʿwa per gli islamici di oggi.

Qualcuno potrebbe scandalizzarsi perché in fondo ai bambini non è stata imposta la preghiera. Vero, ma non del tutto. Nella cronaca della giornata si specifica chiaramente che ai bambini è stato fatto togliere le scarpe. Si tratta non di un gesto di bon ton, ma di un rituale di sicuro impatto che prelude ad un’attività di culto su un terreno che è considerato sacro e inviolabile nel nome dell’Islam. E sempre quel qualcuno potrebbe obiettare che anche nelle chiese italiane orde di turisti, spesso anche bambini, visitano navate e cappelle consacrate a Dio. Vero, ma in quel caso lo scopo è meramente storico artistico, non cultuale. Lo dimostra il fatto che a nessun insegnante verrebbe in mente di chiedere ai bambini di stare in ginocchio mentre ascolta le lezioni sulla Pietà di Michelangelo.

A Caltanissetta invece, tra un dolcetto e l’altro, si è parlato di Islam con i crismi con i quali di deve svolgere la corretta daʿwa. E tra questi vi è anche la compiacenza di un occidente, anche cattolico che crede, così facendo, di dare un contributo all’accoglienza e all’unione fraterna.

Ovviamente, senza dirlo, ma il messaggio finale per i bambini è il solito di stampo relativista: noi abbiamo la nostra religione e loro hanno la loro. Nessuna di queste deve avere la pretesa di essere quella vera.

Intanto però l’imam può farsi fotografare tutto contento perché in fondo il suo obiettivo è stato raggiunto e senza spaventare con paroloni minacciosi come jihad. Perché infatti laddove la jihad opera per terrorizzare e mira a sottomettere, la da'wah mira a ingannare ed asfaltare la strada dell'islamizzazione. Lo si può fare in molti modi, a cominciare dalle politiche demografiche. Ma un modo, apparentemente tranquillo, è anche quello di una visita di cortesia a base di pasticcini, che al loro interno hanno però una sorpresa sgradita: quella dell’islamizzazione inconsapevole.