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Se Dan Brown "ricicla" anche il Dante esoterico

Il 14 maggio esce il nuovo romanzo di Dan Brown, «Inferno». Il protagonista del «Codice da Vinci», lo studioso di simboli Robert Langdon, questa volta sarà impegnato a svelare i "segreti" nascosti nella «Divina Commedia» di Dante Alighieri. 

Dante Alighieri

Non trattenete il fiato, ma il 14 maggio esce – in contemporanea negli Stati Uniti e da Mondadori in Italia – il nuovo romanzo di Dan Brown, «Inferno», dove il protagonista di «Angeli e demoni», del «Codice da Vinci» e de «Il simbolo perduto», lo studioso di simboli Robert Langdon, sarà impegnato a svelare i segreti nascosti nella «Divina Commedia» di Dante Alighieri (1265-1321). Anche se «Il simbolo perduto» – un’indagine sui misteri della massoneria presentata da un punto di vista dichiaratamente filo-massonico – non è riuscito a ripetere il successo del «Codice da Vinci», Brown riesce di solito a trovare molti lettori riprendendo e presentando come nuovissime banalità esoteriche screditate da decenni.

Non è difficile immaginare che nel nuovo romanzo ci sarà presentata la solita figura di un Dante membro di società segrete ed eretico, un personaggio che fingeva di essere cattolico per sfuggire all’Inquisizione ma che in realtà credeva soltanto a quella religione sincretista ed esoterica, condita da una notevole avversione per la Chiesa Cattolica, che piace tanto a Brown e che unisce gli Illuminati di «Angeli e demoni», i membri del Priorato di Sion del «Codice da Vinci» e i massoni de «Il simbolo perduto».

Anche stavolta, non ci sarà nulla di nuovo. La leggenda del Dante eretico e precursore della massoneria ha avuto grande diffusione nell’Ottocento, ma è stata fatta a pezzi dagli studiosi accademici del sommo poeta.
Naturalmente non possiamo sapere a quali fonti attingerà esattamente Brown – il cui esoterismo è piuttosto della varietà un tempo diffusa nelle edicole delle stazioni – ma, tanto per non farci cogliere impreparati, sarà utile una breve cronistoria del mito esoterico dantesco.

Capire da dove partirà Brown prima di leggere il suo romanzo è più o meno un gioco, ma – dal momento che non si trova a suo agio con le lingue diverse dall’inglese – è possibile che il suo punto di riferimento sia Gabriele Rossetti (1783-1854), il padre del grande pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti (1828-1882), cui fu imposto il nome Dante proprio in onore dell’Alighieri.
È vero che Rossetti senior – che pure viveva a Londra, dov’era andato in esilio da Napoli per le sue idee risorgimentali e anti-borboniche – scrisse molte delle sue opere in italiano, ma i volgarizzatori non si contano nella lingua inglese, dove la maggioranza dei libri su Dante esoterico scopiazzano o volgarizzano il letterato italiano.

Secondo Rossetti (padre) Dante avrebbe fatto parte della Setta d’Amore, una conventicola esoterica che – dietro l’allegoria dell’amore per una donna, nel caso del poeta fiorentino Beatrice – manifestava la sua venerazione per la la Filosofia, intesa come «sapienza degli antichi» formulata dagli Egizi e da Pitagora (ca. 570-495 a.C.), passata poi nei culti misterici, negli gnostici e nelle eresie medievali – che sarebbero state professate segretamente anche dai Templari –, a loro volta primo nucleo dei Rosacroce e della massoneria, così come dell’esoterismo europeo del XVIII e XIX secolo.

Dove abbiamo già letto tutto questo? Precisamente nei romanzi di Dan Brown, la cui religiosità è proprio questa: pagana, naturalista, massonica, sincretista. Ma Rossetti la attribuiva anche a Dante, che – scriveva – «travestì la filosofia pitagorica da teologia cattolica» per sfuggire all’Inquisizione.
Ma chi aveva gli strumenti per capire, secondo Rossetti, capì. Rossetti morì isolato e amareggiato per gli attacchi furibondi che ricevette dagli accademici specialisti di Dante, per i quali i suoi immensi volumi erano opere di pura fantasia, ma fu fatto conoscere nel mondo di lingua francese da Eugène Aroux (1793-1859), curiosa figura di rivoluzionario pentito che aderì alla monarchia di Luigi Filippo (1773-1850), proponendo un clericalismo conservatore e un po’ bigotto.
Aroux divenne famoso nel 1853 con il suo «Dante hérétique, révolutionnaire et socialiste. Révelations d'un catholique sur le Moyen Âge». Dedicato al beato Pio IX (1792-1878), il libro riprende le teorie di Rossetti cambiandole di segno, e denuncia Dante come «un ateo, uno di quegli uomini senza fede e senza onore che sognano e tramano rivoluzioni, per innalzare sulle rovine insanguinate l'edificio della loro fortuna».

Rossetti e Aroux sono ben presenti al poeta massone Giovanni Pascoli (1855-1912), che nel 1898 con il volume «Minerva oscura» – primo di una trilogia che avrebbe poi incluso «Sotto il velame» (1900) e «La mirabile visione» (1901) – annunciò agli italiani di avere scoperto nientemeno che «la chiave per entrare nel mistero di Dante».
Benché Pascoli fosse, per certi versi, più moderato dei suoi predecessori, e il carattere iniziatico della «Divina Commedia» gli apparisse più mistico che politico, le sue opere dantesche furono oggetto di feroci stroncature, da cui in un certo senso il poeta non si riprese mai.

Anni dopo, scrisse che quei libri «furono derisi e depressi, oltraggiati e calunniati. Io morrò, quelli no. Così credo, così so: la mia tomba non sarà silenziosa. Il genio di nostra gente, Dante, la additerà ai figli».
Ma prima di morire avrebbe voluto fondare una formazione politica anticlericale, socialista (ma non marxista) e nazionalista, il Partito di Dante, che avrebbe dovuto radunare molti massoni italiani. Il progetto abortì. Tra i pochi che presero sul serio e lodarono Pascoli c’era il critico letterario Luigi Valli (1878-1931), con cui l’interpretazione esoterica di Dante cambia di segno: Dante è sì un iniziato, della conventicola dei Fedeli d’Amore, ma non è anticattolico, anzi è «supercattolico», ed è alle origini di tutta una corrente di esoterismo cristiano che cerca di mantenersi fedele alla Chiesa, anche se è critica sull’azione politica dei Papi del Medioevo e della prima età moderna.

Valli fu letto con interesse da uno dei maggiori esponenti delle correnti esoteriche europee moderne, René Guénon, che nel suo «L’esoterismo di Dante» (1925) cerca di mediare fra chi considerava il poeta fiorentino un esoterista cristiano e chi invece continuava a considerarlo un eretico e un panteista, una tesi rilanciata da un esoterista ferocemente anti-cattolico ma stimato da Guénon, Arturo Reghini (1878-1946).
Per Guénon – e si tratta di un’idea tipica di questo autore – occorre non confondere il piano essoterico (con due «s»), dove Dante era un buon cattolico, e quello esoterico, in cui l’autore della «Commedia» faceva parte di una società segreta, la Fede Santa, che professava segretamente l’unità trascendente delle religioni.

Un Valli e un Guénon – pure tra errori storici evidenti – apportano certamente qualcosa di utile allo studio di Dante, almeno come reazione alle letture positiviste e idealistiche allora dominanti che trascuravano totalmente gli aspetti allegorici e simbolici più profondi: e nella stessa densa foresta di bizzarrie di Rossetti si può trovare qualche spunto degno di nota.

C’è da temere, però, che Brown – come ha fatto per altri personaggi e correnti nei romanzi precedenti – ci proponga la più rozza e fasulla delle semplificazioni: quella che fa di Dante un iniziato non cattolico, pitagorico e proto-massonico, che dissimula per paura dell’Inquisizione la sua spiritualità panteista e pagana sotto un falso cristianesimo.
Questa sarebbe una semplice patacca, contro la quale si dovrebbe fermamente reagire, difendendo la figura di Dante come poeta critico sì nei confronti di certi abusi della gerarchia ecclesiastica del suo tempo ma profondamente cristiano e cattolico.

Speriamo almeno che Brown abbia dedicato un momento ad andare a vedere nei musei americani qualcuno dei dipinti di soggetto dantesco che Rossetti – il figlio stavolta, non il padre – dedicò alla memoria del padre, a partire dalla straordinaria «Beata Beatrix» nella versione conservata all’Art Institute di Chicago, che è diversa dalla gemella esposta a Londra in quanto comprende un riquadro inferiore dove Beatrice rimprovera Dante per la sua mancanza di fede.

Ha scritto una delle più grandi studiose di Rossetti, Maria Teresa Benedetti, in un pregevole libro appena pubblicato («Preraffaelliti», De Luca, Roma 2012), riprendendo una critica del poeta Thomas Stearns Eliot (1888-1965) che il pittore britannico «ha perduto la possibilità di accedere alle realtà del mondo spirituale di Dante» nel momento in cui ha assorbito dal padre una serie di pregiudizi anticattolici.

Il Dante dei dipinti di Rossetti vive un’intensa spiritualità che è però venata di estetismo e svuotata del cattolicesimo. Ma almeno si tratta di una spiritualità genuina e profonda – «Beata Beatrix», in particolare, è una commovente meditazione sul peccato, la morte e le colpe di Rossetti verso la moglie appena defunta, Lizzie Siddal (1829-1862) –: anche se non è davvero quella di Dante.
Con Brown corriamo il rischio che si tratti semplicemente delle idee correnti in qualche loggia massonica.