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Sinodo, il futuro che non ci sarà

Nel Sinodo e anche per la canonizzazione di Paolo VI si evita accuratamente di citare o indicare la Humanae Vitae: argomento non adatto a prendere applausi dal mondo. Ma negando la verità su amore e procreazione si impedisce che ci sia un futuro, fisicamente parlando.

Mi ha colpito nei giorni scorsi una riflessione di Robert Royal, direttore di The Catholic Thing, a proposito di un mantra che caratterizza questo Sinodo sui giovani; ovvero, il tema del “futuro”. Sembra che quando si parla di giovani vada da sé parlare del futuro di cui tali giovani saranno protagonisti, e neanche a dirlo si tratta di un futuro pieno di speranza. A dire il vero a volte si ha l’impressione che tanto parlare di futuro sia una fuga dal presente, e che la speranza sia una pia illusione per dimenticare le attuali frustrazioni; ma quello che fa notare Royal è piuttosto che in realtà i giovani di oggi sono un futuro immediato, praticamente il presente. E il vero futuro dipenderà invece da quanti figli metteranno al mondo i giovani di oggi.

Inutile dire che, se non si invertirà drasticamente e urgentemente l’attuale tendenza, almeno nel mondo occidentale di futuro ce ne sarà poco. Per questo, nota Royal, risulta ancora più incomprensibile che al Sinodo sui giovani non si parli affatto dell’enciclica Humanae Vitae, di cui peraltro ricorrono quest’anno i 50 anni dalla promulgazione e il cui artefice – papa Paolo VI – è stato appena canonizzato in San Pietro. «Come è possibile – si chiede giustamente Royal – che si parli di matrimonio, famiglia, sessualità senza neanche menzionare il principale fattore di distruzione di queste realtà, cioè la contraccezione?».

La risposta sarebbe abbastanza semplice: in questo clima di ascolto, accompagnamento, discernimento si evita assolutamente qualsiasi argomento che potrebbe anche lontanamente essere “divisivo”. Ma c’è di più, perché la Humanae Vitae non è un trattato sul divieto di contraccettivi, ma un approfondimento sul significato del matrimonio e dell’amore coniugale, e quindi sul «gravissimo dovere di trasmettere la vita umana», come ci dice l’incipit dell’enciclica. Perciò la domanda si potrebbe porre anche in questo modo: come si fa a svolgere un Sinodo che parla ai giovani di “vocazione” e ignorare l’enciclica che con molta chiarezza parla della vocazione all’amore coniugale?

Anche qualche vaticanista se l’è chiesto e qualche giorno fa durante il quotidiano briefing ha rivolto la domanda a monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti e uno dei cinque padri sinodali chiamati a stendere il documento finale del Sinodo. La risposta è stata disarmante e allo stesso tempo rivelatrice: quanto alla Humanae Vitae, ha detto Forte, «non ne abbiamo parlato, non mi sembra ci siano stati elementi rilevanti: ciò che conta in quel messaggio è il valore che la procreazione responsabile deve avere, un messaggio fondamentale che resta. Questa è una riflessione che certamente meriterebbe, credo che tra le tante sfide di questo Sinodo potrà ancora venire, ma per ora non è al centro». 

È chiaro che non si tratta di sbadataggine o di ignoranza; dietro a quell'atteggiamento disinvolto al limite dello sprezzante, c’è proprio una deliberata volontà di evitare l’argomento. Si diceva prima che si vogliono evitare argomenti divisivi, ma forse c’è anche dell’altro: ovvero la volontà di una certa ala ecclesiale (sempre la stessa) di sdoganare la contraccezione, legittimarla in qualche modo, ormai è palese.

Sembra che succeda a Paolo VI ciò che è accaduto a Giovanni Paolo II: lo si canonizza per poi seppellirlo definitivamente. Certo, Paolo VI è una figura più complessa rispetto a Giovanni Paolo II, ha vissuto diverse fasi e ha preso posizioni controverse che sono state criticate alternativamente da sinistra e da destra. Tanto è vero che Alberto Melloni su Repubblica, il 12 ottobre, si è preso la briga di spiegare quale “parte” di Paolo VI è stata canonizzata (dando il via alla nuova categoria dei “santi al trancio”). Ma una cosa è certa: Paolo VI si è meritato gli altari grazie alla Humanae Vitae. Entrambi i miracoli riconosciuti, infatti, riguardano proprio il dono della vita. Eppure questo aspetto è stato accuratamente evitato prima, durante e dopo la canonizzazione di Paolo VI domenica scorsa. Non sia mai che il popolo si faccia qualche domanda.

Date queste premesse, che credibilità possono mai avere i tanti vescovi che continuano a parlare di futuro e di speranza mentre sono complici di chi quel futuro e quella speranza negano?