• MEDIO ORIENTE

Siria, l'intervento russo svela la confusione americana

Il pesante intervento armato russo in Siria ha ottenuto un primo risultato di mettere a nudo la debolezza della politica statunitense. In due settimane, i russi hanno condotto più raid aerei della Coalizione a guida Usa, che sta intervenendo da 14 mesi. Anche le reazioni scomposte di Washington dimostrano una grande carenza di strategia dell'amministrazione americana.

Truppe regolari siriane

Vladimir Putin è sceso pesantemente in campo nella guerra siriana con incursioni aeree e missilistiche di forte intensità e lo schieramento a Latakya e Tartus di un dispositivo terrestre in grado di essere impiegato in battaglia accanto alle forze di Damasco, anche se questa eventualità viene esclusa dal Cremlino. In due settimane l’intervento russo ha già cambiato i connotati del conflitto siriano e influisce sulla guerra allo Stato Islamico anche in Iraq. Vediamo come.

Innanzitutto la cinquantina di cacciabombardieri ed elicotteri schierati dai russi in Siria ha il compito dichiarato di sostenere il regime di Bashar Assad contro i “terroristi” termine con cui Mosca definisce tutti i movimenti jihadisti che compongono il variegato fronte dei ribelli, a dire il vero ormai quasi tutti di ispirazione islamista. I raid russi infatti colpiscono l’Isis ma anche e soprattutto l’Esercito della Conquista di cui fanno parte salafiti, fratelli musulmani e qaedisti del Fronte al-Nusra.

Per Mosca, Assad va difeso fino alla sconfitta dei “terroristi” per poi gestire con le forze democratiche una transizione politica che impedisca alla Siria di cadere tra le braccia dei gruppi islamisti. Inoltre Mosca valuta che difendere Assad significhi anche proteggere i confini russi  poiché in molti valutano che i jihadisti si butterebbero sul Caucaso russo una volta caduta Damasco.

L’offensiva russa si è subito distinta per intensità: in media 60 attacchi aerei al giorno, cioè 7 o 10 volte di più di quanti ne effettua mediamente la coalizione a guida USA. Negli ultimi due giorni le incursioni russe sono scese a 40/50 al giorno perché l’offensiva terrestre dell’esercito lealista, appoggiato da volontari sciiti iraniani, iracheni e libanesi nei settori di Hama e Homs sta spostando la linea del fronte. L’effetto più significativo dell’intervento russo è senza dubbio il ritorno all’offensiva delle truppe siriane, da mesi costrette a cedere terreno in estenuanti battaglie difensive imposte dalla carenza di truppe. Nonostabte il supporto russo e l’arrivo di migliaia di hezbollah libanesi, pasdaran iraniani e volontari sciti iracheni, Damasco non sembra in grado di sbaragliare in breve tempo i nemici e porre fine al conflitto.

Le critiche di Stati Uniti ed Europa all’intervento russo trasferiscono in Medio Oriente le tensioni già ben presenti in Europa in seguito alla crisi ucraina, ma evidenziano anche l’imbarazzo  determinato dal fallimento dell’azione militare della Coalizione contro il Califfato che si protrae da un anno senza risultati apprezzabili. L’intervento di Mosca ha messo in luce tutte l contraddizioni di una Coalizione che in realtà non esiste o non fa quasi nulla. Non esiste perché il 95% dei 7.300 raids effettuati (nel 1999 furono 38mila sulla piccola Serbia in appena due mesi) sono stati opera dei cacciabombardieri statunitensi. Non fa quasi nulla perché non ha neppure impedito le offensive in campo aperto dell’ISIS su Ramadi e Palmira. L’attacco di Mosca ha scoperto il bluff dell’Occidente, mai realmente impegnatosi contro l’ISIS forse  per non lasciare il campo alle forze sciite filo-iraniane. Ipotesi malvista dalle ricche monarchie del Golfo che investono (meglio non dimenticarlo) decine e decine di miliardi di dollari all’anno in Europa.

La reazione stizzita di Washington per “l’ingerenza” di Mosca in un’area in cui gli USA pensavano di avere ancora l’esclusiva è stata manifesta in occasione del lancio di 26 missili da crociera Kalybr russi dalle navi della flotta del Mar Caspio. Dopo aver sorvolato Iran e Iraq per 1.500 chilometri gli ordigni hanno colpito i loro obiettivi dell’Isis e delle forze di al-Nusra. Washington ha protestato duramente, fingendo di dimenticare che il 24 settembre 2014 con ben 47 armi simili a quelle russe (i missili da crociera Tomahawk) lanciate dal mare colpì esattamente gli stessi movimenti centrati dai russi, più il gruppo terroristico Korashan legato al Fronte al-Nusra.

Invece, la conferma di come l’intervento russo abbia costretto a venire a galla le ambiguità americane ed europee nella guerra è costituita dalle decisioni assunte da Washington circa il supporto ai ribelli siriani. Un piano in tre mosse. Prima la Casa Bianca ha sospeso il programma di addestramento che prevedeva di arruolare 5 mila miliziani “moderati” all’anno per tre anni con una spesa di 500 milioni di dollari annui. I primi 130 combattenti addestrati e armati da Washington per combattere lo Stato Islamico sono stati però attaccati e poi inglobati nelle forze qaediste di al-Nusra appena hanno messo piede in Siria. Poi nei giorni scorsi aerei cargo statunitensi hanno paracadutato 50 tonnellate di armi e munizioni alle forze curde siriane che insieme a milizie cristiane e sunnite hanno costituito ad Hasaka una nuova alleanza laica che combatte lo Stato Islamico e si ripromette di conquistare Raqqa: l’Esercito Siriano Democratico . Questa decisione non è gradita ai turchi che non vedono di buon occhio il potenziamento curdo ed è contraddittoria rispetto alle posizioni ostili al regime di Assad assunte dagli Stati Uniti. Ad Hasaka e in altri fronti del nord infatti le truppe lealiste combattono l’ISIS fianco a fianco con le milizie curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) che sono alleate del PKK, da tre mesi nel mirino degli F-16 di Ankara.

A completare il quadro del ruolo degli Stati Uniti un’inchiesta del New York Times ha messo in luce il rafforzamento delle forniture clandestine  di armamenti gestite dalla CIA insieme a sauditi e Qatar alle milizie dell’Esercito Siriano Libero in buona parte confluite nei gruppi islamisti. Armi come i missili anticarro Tow necessari a fronteggiare l’offensiva delle truppe di Assad, appoggiate da truppe iraniane e milizie sciite libanesi. Ancora una volta la strategia statunitense si muove in direzioni diverse e a tratti opposte sembrando confusa, improvvisata oppure perfettamente in linea con l’obiettivo di diffondere il caos invece di imprimere una svolta al conflitto.