• TERRORISMO

Strage di Bologna, la pista rosso-palestinese

Una vendetta del FPLP di George Habbash legato a terroristi rossi tedeschi e a Carlos. La strage
del 1980 si spiegherebbe così.

Strage di Bologna

 

Tutto ruoterebbe attorno a questo semplice, ma disarmante ragionamento: ci fu un accordo con i palestinesi a seguito della strage di Fiumicino compiuta da Settembre Nero nel dicembre del 1973, l'accordo venne rotto a Ortona nel 1979 con la scoperta di missili libanesi in possesso di frange terroristiche palestinesi e la sanzione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina fu la strage di Bologna il 2 giugno 1980. Tutto il resto, depistaggi dei servizi segreti, mezze verità e sentenza di condanna dell'eversione nera sulla base di indizi, non sarebbero altro che il contorno che fa da sfondo ad una delle vicende tra le più oscure della storia repubblicana.

E proprio adesso che la procura di Bologna ha dato un impulso all'inchiesta sulla pista palestinese, aperta nel 2005 e che giovedì 18 agosto è arrivata a un punto di non ritorno, con l'iscrizione nel registro degli indagati di due terroristi rossi tedeschi, iniziano a dipanarsi i fili di una matassa ingarbugliatasi 31 anni fa con lo scoppio, nella sala d'attesa di seconda classe della stazione di Bologna, di un ordigno che uccise sul colpo 85 persone.

 

La svolta, due indagati

La svolta nell’inchiesta sulla strage di Bologna, che vede per la prima volta indagati Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, due terroristi appartenenti al gruppo del superterrorista Carlos, aveva avuto quasi una premonizione a Reggio Emilia nel maggio scorso. Precisamente il 4 maggio 2011 all’Hotel Europa in una serata organizzata dal Pdl locale proprio sulla strage di Bologna. In quell’occasione veniva presentato il libro di Gabriele Paradisi, Dossier strage di Bologna. La pista segreta (Giraldi Editore, San Lazzaro di Savena [Bologna] 2010) scritto con Gian Paolo Pelizzaro e Francois de Quengo de Tonquedec, nel quale venivano per la prima volta presentati al pubblico documenti e carte rimaste per tanto tempo segrete e che vedevano nella cosiddetta "pista palestinese" la chiave per comprendere la strage. Un libro che non potrà non fare da canovaccio alle indagini del Pm Enrico Cieri della Procura di Bologna.

 

Il giallo del telex

In quella serata, mentre veniva proiettato il telex originale col quale la polizia di frontiera di Chiasso informava le questure del passaggio il 1° agosto del terrorista tedesco oggi sotto indagine, Paradisi, curatore del blog Cieli Limpidi (per documentazione si veda anche il sito SegretidiStato.it), si accorse in presa diretta (il documento era originale e proiettato veniva ingrandito) che in calce a quel foglio di carta c’era scritto: «Fare copia per strage Bologna». Si fermò di colpo e mostrò l'appunto al pubblico: «Questo è da esaminare bene, non lo avevamo notato prima», disse. «Nessuno se n'era mai accorto - racconta oggi il giornalista Pierluigi Ghiggini, coordinatore della serata - perché la copia fotostatica, e poi digitale, era piccola e l'appunto non si notava. Invece ce ne siamo accorti solo proiettandolo su grande schermo».

Per Paradisi, quel piccolo dettaglio dimostra, assieme a tanti altri indizi che le autorità italiane erano perfettamente a conoscenza della presenza di Kram sul suolo italiano e delle sue possibili connessioni con la strage alla stazione.

«Il telex originale porta la data del 1° agosto 1980», ricorda oggi Paradisi «È un documento importante per il proseguo dell’indagine perché ci dice che la cosiddetta pista palestinese poteva essere vagliata fin da subito». Ora resta da capire perché quella e altre comunicazioni riportate fedelmente nel libro non vennero mai tenute in considerazione.

Un mosaico intricato fatto di depistaggi, manomissioni del telex, ma anche silenzi e indagini a senso unico che alla fine portarono alla condanna di Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, terroristi dei Nar, per un reato che, a differenza di altri delitti di cui si sono sempre autoaccusati, hanno sempre rigettato la paternità.

 

La polizia sapeva di Kram

«Nel libro», spiega Paradisi «documentiamo che Thomas Kram (esperto di esplosivi per conto del gruppo di Carlos) era sottoposto a controlli di tutte le polizie d’Europa fin dal ’77, in quanto esponente delle Cellule rivoluzionarie terroriste tedesche (RZ). Ci sono sue tracce in quegli anni a Perugia e Verona e anche a Bologna nel febbraio del 1980. Quando il 1° agosto arriva a Chiasso era già stato segnalato alla polizia tedesca e alla polizia di frontiera. Perquisito e registrato venne poi lasciato ripartire per  Milano». Quel Telex, partito quattro giorni dopo dalla polizia di frontiera di Chiasso, dimostra che nelle ipotesi degli inquirenti la pista palestinese era già sufficientemente articolata.

«Eppure Kram era presente a pochi passi dalla strage di Bologna quel 2 agosto 1980 e le sue spiegazioni successive fanno acqua da tutte le parti, come documentiamo nel nostro lavoro. Ma per 25 anni non si è fatto nulla. Perché?».

 

Un mistero durato 25 anni

Fu merito di Gian Paolo Pelizzaro l’aver scoperto il nome di Kram nel luglio 2005. Trovò il suo fascicolo in questura a Bologna. Quel giorno si scoprì che era lui il “famigerato” compagno di lotta e di armi che Carlos aveva rivelato essere presente a Bologna il giorno dell’esplosione. Lo disse al Messaggero nel marzo del 2000, ma «quella rivelazione non incuriosì».

«Prima ancora, nel ’99 sul mensile Area - aggiunge Paradisi a La Bussola Quotidiana - Pelizzaro intervistò il terrorista nero Marco Affatigato sulla strage di Ustica. In quell’occasione l’ex esponente dei Nar disse che il 2 agosto a Bologna c’era Carlos. Pelizzaro portò lo stralcio dell’intervista in Commissione Stragi, di cui era consulente, e si iniziò a indagare».

La commissione chiese una rogatoria alla Francia per avere documenti relativi a Carlos, poi non si seppe più nulla fino al 2005, essendo giunti i documenti a commissione già chiusa, con la scoperta del nome di Kram e il contributo fornito dalla Commissione Mitrokhin circa la costruzione della pista palestinese e il coinvolgimento del gruppo Separat di Carlos.

 

Cossiga e la ragion di Stato

In quegli anni anche Francesco Cossiga parlò di una pista palestinese, ma si limitò a delineare lo scenario di un errore dei terroristi vicini all’Olp. «Il fatto è che Cossiga - dice Paradisi - voleva salvare la ragion di Stato, ma ci sono elementi fondati che portano ad ipotizzare la strage di Bologna come una ritorsione dei palestinesi dopo l’arresto di Abu Anzeh Saleh nel corso della vicenda dei missili di Ortona che di fatto ruppe il cosiddetto Lodo Moro, cioè la strategia di rapporti pacifici con i palestinesi messa in campo dall’Italia.

 

La rottura del lodo Moro

Strategia che, ha scoperto Paradisi, viene confermata proprio da uno dei documenti decisivi scoperti e pubblicati nel dossier. «È l'8 ottobre 1986, nell'ufficio veneziano del giudice istruttore Carlo Mastelloni, che indaga su un presunto traffico di armi tra l'Olp e le Brigate rosse, il generale del Sismi Silvio Di Napoli, all'epoca dei fatti addetto a recepire le informative dal capocentro a Beirut, rivela l'ultimo segreto inconfessabile: “Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano, pervenne da Giovannone l'informativa secondo cui l'Fplp aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da [George] Habbash”», il leader del FPLP.

Gli autonomi sono i tre esponenti dell'estremismo rosso arrestati a Ortona nel 1979 con due lanciamissili Sam e Strela di fabbricazione sovietica e provenienti dal Libano. Il giordano è Abu Anzeh Saleh, responsabile per l'Italia del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, per conto del quale i tre organizzavano il trasporto. Il colonnello Stefano Giovannone invece è il plenipotenziario del Sismi in Libano, uomo di fiducia di Aldo Moro, vero garante dell'accordo verbale di non belligeranza tra il governo italiano e il FPLP di Habbash. Infine Carlos - alias Ilich Ramírez Sánchez - è il terrorista di origini venezuelane e di estrazione marxista da sempre vicino alla causa palestinese e oggi, ergastolano in Francia dove si è convertito all’islam, propugnatore - attraverso il libro L’islam rivoluzionario, pubblicato nel 2003 - di un’ alleanza fra tutte le organizzazioni terroriste del mondo - marxiste, indipendentiste, islamiche - unite dall’odio verso l’Occidente, in specie Stati Uniti e Israele.

Secondo Paradisi, «il patto si ruppe subito dopo la morte di Moro. Forse l’intelligence italiana aveva deciso che non era più il caso di fare finta di non vedere. O forse c’era il timore che quei missili non fossero in Italia di passaggio, ma fossero diretti in territorio italiano per un’azione che avrebbe di fatto “rotto” l’accordo bilaterale del Lodo Moro».

 

«Sappiamo di una ritorsione»

Dopo l'arresto dei tre autonomi anche Abu Anzeh Saleh finisce in carcere. E qui inizia una trattativa estenuante tra le autorità italiane e i palestinesi per liberarlo. Ma non c’è nulla da fare. I quattro vengono condannati in primo grado il 20 gennaio 1980 a sette anni di reclusione.

La rivelazione di Di Napoli altro non prova che i servizi segreti avevano ricevuto informative precise circa una vendetta dei palestinesi. Esiste una ragnatela di comunicazioni precedenti il 1° agosto del 1980. Poi il due agosto è un fatto noto: la strage celerebbe la ritorsione contro il governo italiano commissionata dal FPLP a Carlos, detto “lo Sciacallo”.

Sì, ma come?

 

La verità nelle bugie di Kram

E qui entra in gioco l'esperto di esplosivi del terrorista venezuelano, Thomas Kram, dietro al quale sono più gli interrogativi che i punti fermi. Per quale motivo ad esempio le autorità italiane non tennero in conto le informative di Giovannone che dal Libano avvertiva dopo il caso Ortona che il FLPL aveva preso contatto con Carlos per possibili ritorsioni contro il nostro Paese? Si chiede oggi Paradisi.
Ancora: la Frohlich, indagata oggi con Kram. Un cameriere dell’Hotel Jolly di Bologna la riconobbe quando fu arrestata nel giugno 1982 a Fiumicino con dell’esplosivo. Disse di aver parlato con lei quel giorno terribile, ma nessuno ha mai messo a confronto l’uomo con la terrorista.

Ma anche il fatto che è strano che due terroristi dinamitardi si trovassero a Bologna quel giorno e il mese dopo, è accertato, si trovassero con Carlos nel suo quartier generale di Budapest. In poche parole: in quale altra strage in Italia si è trovato il nome di un terrorista acclarato sul luogo? E che nessuno portasse avanti questa pista per decenni?

Paradisi indaga anche quelle che sono le spiegazioni non attendibili che Kram diede della sua presenza a Bologna. «Disse che quella mattina aveva dormito all’Hotel Centrale nel centro di Bologna, a 50 metri da piazza Maggiore. Si svegliò tardi e scese in strada. Una volta avviatosi in via Indipendenza (il lungo rettifilo che collega Piazza Maggiore con la stazione -ndr.) nota molta confusione in fondo al piazzale della stazione. Ma in quelle ore, dopo lo scoppio della bomba, tutta la città venne sconvolta immediatamente, lo scoppio si sentì per tutta la città. Strano che solo lui non se ne fosse accorto».

E poi: «La cosa interessante è che in un'intervista pubblicata sul Manifesto il 1° agosto 2007, otto mesi dopo essere riemerso da una latitanza ventennale, disse di essersi spaventato per un suo eventuale riconoscimento, così si fa portare da un taxi alla stazione delle corriere per andare a Firenze. Ma la stazione delle corriere, e chiunque è stato a Bologna lo sa, è ancor oggi proprio in fondo a via Indipendenza, dove Kram diceva di trovarsi. Come fa un taxista ad accompagnarti dove sei già? Tanto più che, abbiamo scoperto, quel giorno non c'erano autobus di linea per il capoluogo toscano. Tutto questo ha fatto scattare la molla che nelle sue dichiarazioni ci fosse qualcosa che non andava».