• SUMMIT ABUSI

Sull'omosessualità è cambiato il giudizio

Non c'è più bisogno di documenti ufficiali. Al tempo del primato della pastorale sono i gesti e la prassi a decretare i cambiamenti dottrinali. Come è successo al summit sugli abusi sessuali per quel che riguarda l'omosessualità. Rivelatrici le affermazioni del vescovo Scicluna.

La Chiesa sembra aver scelto di cambiare la sua tradizionale visione dell’omosessualità. Non c’è da aspettarsi su questo argomento nessun nuovo documento dottrinale. Di documenti dottrinali non se ne scrivono più. Gianni Baget Bozzo sostenne che dopo il Vaticano II nessun Papa si sarebbe più sognato di convocare un concilio dogmatico. Oggi si deve dire che nessuno si sogna più di emanare un documento dottrinale. La pastorale è la nuova dogmatica e non accogliere gli aggiornamenti pastorali la nuova eresia. I segni (pastorali nella forma ma dottrinali nella sostanza) del profondo cambiamento di posizione sull’omosessualità sono ormai moltissimi e sarebbe troppo lungo elencarli qui. Del resto li conoscono ormai tutti. L’ultima puntata è stato il recente summit sugli abusi, ove di omosessualità non si è parlato mentre l’argomento lo richiedeva con grande evidenza.

Tra le espressioni verbali che esprimono la nuova visione, due mi sono sembrate particolarmente chiare. La prima è stata pronunciata dal vescovo Scicluna al suddetto summit: «Non ci sono condizioni come l’omosessualità e l’eterosessualità che predispongono al peccato». L’altra l’aveva pronunciata tempo fa il cardinale Schönborn: non si può parlare di coppie regolari o irregolari. Queste due espressioni si collocano in pieno nella linea Kasper: non esistono i “divorziati risposati” come categoria, dato che l’esistenza non è categorizzabile, ma esiste questo o quel caso di divorziati risposati da affrontare uno per uno.  

Potremmo chiamare questa posizione con l’espressione “nominalismo cattolico”. L’essere consiste nell’essere-in-situazione, l’esperienza è fatta di condizioni uniche, non esiste un ordine delle relazioni umane, e quindi non esistono situazioni naturali o innaturali, regolari o irregolari. L’approccio quindi non può avvenire per categorie ontologiche ma tramite il singolo accompagnamento. Ci vuole “discrezione” – direbbe Guicciardini – ossia apertura a comprendere la singola situazione senza incasellarla in categorie universali e astratte. In questo senso il discernimento di cui oggi tanto si parla è qualcosa di diverso dalla prudenza (prudentia, phronesis) perché non ha alle spalle una regola universale espressiva di un ordine da collegare con la situazione particolare, come accade invece per questa virtù.

Nominalismo significa che le parole – per esempio:  eterosessualità e omosessualità, coppie regolari o irregolari, divorziati risposati, famiglia, sessualità … - non fanno riferimento a nessuna realtà strutturata, nessun ordine e nessuna regola universale, ma solo situazioni diverse e plurime che vengono chiamate con espressioni collettive per comodità e per convenzione.

La nuova visione dell’omosessualità e del suo esercizio porta con sé cambiamenti fondamentali in tutto l’impianto della dottrina cattolica, trasformandola essenzialmente. Per esempio, che ne è della creazione? Esprime ancora un ordine finalistico a cui attenerci per vivere da uomini? Che ne è della teologia della storia? È ancora quest’ultima la lotta tra la città di Dio e la città dell’uomo? Che ne è della missione della Chiesa verso il mondo, se la Grazia di Dio si manifesta in tutte le condizioni mondane?

Potremmo anche dire che il passaggio alla nuova concezione della relazione omosessuale viene attuato trasformando le “attenuanti” in “eccezioni”.  Amoris laetitia lo fa nell’ambito dei divorziati risposati, ma può valere anche per le relazioni omosessuali. Se non esistono peccati da intendersi come categoria, ma esistono le singole situazioni esistenziali di peccato, allora non si tratta di applicare la norma ma di iniziare un percorso di discernimento in modo da fare emergere – si dice - le condizioni “attenuanti” che possono perfino spiegare che in quel caso non c’è addirittura responsabilità personale nonostante la materia grave. Può iniziare così un percorso che si può anche concludere con l’ammissione all’Eucarestia, senza confessione e rimanendo nella stessa condizione. Con il che, però, le “attenuanti” sono già diventate “eccezioni”. Se non c’è un ordine finalistico, ogni condizione è un’eccezione.

Cosa ben diversa se si parte dall’esistenza di un ordine finalistico e quindi di norme di vita naturale e soprannaturale. Allora avvicinarsi alla situazione unica e particolare di ogni persona significa valutare le “attenuanti”, che non annullano la regola. Il peccato rimane peccato, ma quella persona esporrà in confessionale le sue “attenuanti” che contribuiscono a rendere quel peccato un peccato particolare per un cammino altrettanto particolare di revisione di vita, pur non potendolo mai rendere con ciò un non-peccato, ossia un’eccezione.