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Tafida, la bimba in lotta per vivere. Come Charlie e Alfie

Il Royal London Hospital vuole staccare il ventilatore a Tafida Raqeeb, 5 anni, oggi in stato di semi-coscienza dopo un’emorragia cerebrale a febbraio. Ma i suoi genitori, Mohammad e Shelina, si oppongono e il caso è già finito in tribunale. Intanto, il Gaslini di Genova si è offerto di accogliere la bambina, ma l’ospedale londinese rifiuta di concedere il trasferimento.

AGGIORNAMENTO: Nell'udienza di lunedì 22 luglio il giudice dell'Alta Corte, Alistair MacDonald, ha rimandato ogni decisione sul caso a settembre, a «un'udienza di una settimana», come riferisce la Bbc. Il giudice ha deciso di analizzare insieme i ricorsi della famiglia, che chiede di poter trasferire Tafida in Italia, e quello dei medici, che vogliono staccare alla piccola il supporto vitale.  



Il suo nome, Tafida Raqeeb, 5 anni, e il suo viso hanno già fatto il giro del web. C’è già un ospedale italiano pronto ad accoglierla (il Gaslini di Genova), c’è la volontà dei genitori di trasferirla a loro spese, ma come già avvenuto per i piccoli Charlie Gard e Alfie Evans c’è anche un ospedale inglese, stavolta il Royal London Hospital, che non vuole permettere il trasferimento, sostenendo che il «miglior interesse» della bambina, oggi in stato di semi-coscienza, sia morire. Il risultato è l’avvio di una nuova battaglia legale in cui si deciderà la sorte della piccola, nata da genitori inglesi di origine bengalese: Mohammad, 45 anni, consulente nel settore edilizio, e Shelina Begum, 39 anni, avvocato.

Il calvario di Tafida inizia il 9 febbraio di quest’anno. Verso le 5.15 del mattino si sveglia lamentando un forte mal di testa, cui seguono la perdita della coscienza e il venir meno della respirazione. Un intervento di primo soccorso da parte del fratello, 14 anni, precede l’arrivo dell’ambulanza, con i paramedici costretti a intubarla già a casa, dove intanto Tafida soffre un arresto cardiaco. Viene quindi portata in un ospedale vicino (Newman University Hospital) dove i medici identificano un grumo di sangue nel cervello. Da lì la corsa verso un altro ospedale specializzato, che, dopo qualche traversia, finisce al King’s College Hospital. Mamma e papà arrivano al KCH solo più tardi, perché a nessuno dei due è stato permesso viaggiare con la figlia e perché in un primo momento era stato detto loro che Tafida sarebbe stata portata al Great Ormond Street Hospital. I genitori riferiscono di non aver avuto spiegazione del perché del cambio di struttura in corsa.

Un neurochirurgo pediatrico del KCH, Bassel Zebian, spiega loro che Tafida ha patito la rottura di un vaso sanguigno a causa di una malformazione artero-venosa e li informa che la bimba ha solo l’1% di probabilità di sopravvivere a un’eventuale operazione chirurgica. La famiglia, sapendo che l’alternativa è la morte, dà il consenso all’intervento. Che riesce. Il giorno successivo, domenica 10 febbraio, Tafida vive le sue ore più difficili, venendo rianimata per quattro volte, dopo altrettanti arresti cardiaci. Ma già lunedì 11 le sue condizioni iniziano a stabilizzarsi, ridando speranza alla famiglia. Eppure, in quello stesso giorno i medici dicono di ritenere che la bambina sia “cerebralmente morta” e insistono, malgrado le obiezioni di Mohammad e Shelina, perché venga fatto un (invasivo) test del tronco encefalico, eseguito il 14 febbraio. La valutazione si rivela sbagliata. Non c’è nessuna “morte cerebrale”, condizione che avrebbe permesso ai medici di staccare, con l’avallo della legge, il ventilatore, causandone la morte effettiva.

I genitori vengono quindi informati da un neurochirurgo indipendente che la loro bambina si trova in coma. Solo qualche settimana più tardi anche un neurochirurgo del KHC, Ramesh Venkateswaran, informa la famiglia che Tafida sta riemergendo da un coma profondo. In effetti, nel mezzo ad altri tentativi del team medico di convincere la famiglia al distacco del supporto vitale, Tafida mostra segni di recupero come l’apertura degli occhi e piccoli movimenti degli arti.

Ad aprile arriva il trasferimento all’ospedale dove si trova tuttora, appunto il Royal London Hospital: ai genitori viene garantito che alla bimba verrà fatta una tracheostomia, così da rendere possibile una respirazione senza ventilatore. «Ci era stato anche detto - ha spiegato la madre in una email a Life Site News - che avremmo potuto portarla a casa dopo pochi mesi e che il suo recupero sarebbe potuto continuare a casa». Ma alla fine i medici, fatto un consulto con il comitato etico dell’ospedale e dopo aver temporaneamente riportato Tafida al KCH per trattare chirurgicamente l’idrocefalo (ossia l’eccessiva presenza di liquido nel cervello), decidono di non fare alcuna tracheostomia. Per inciso, come era già avvenuto con Alfie.

Arriviamo quindi al 19 giugno, quando, con un preavviso di appena mezzora, i genitori vengono informati che i dottori Zebian e Venkateswaran stanno arrivando all’RLH per discutere con loro del futuro di Tafida. È a quell’incontro che Mohammed e Shelina vengono a sapere che l’ospedale londinese è intenzionato a procedere al distacco del ventilatore e, in caso di disaccordo della famiglia, adire il tribunale per ottenere l’autorizzazione. Cinque giorni più tardi è la dottoressa Mamta Vaidya a incontrare i genitori per ribadire la decisione dell’RLH e ‘offrire’ loro la possibilità di decidere dove far morire la figlia, se all’ospedale, in un hospice o a casa. Segue un altro incontro con la dottoressa durante il quale la coppia chiede una settimana in più per decidere e passare del tempo con la bambina, anche perché il figlio quattordicenne deve sostenere gli esami a scuola. Stando al racconto di Shelina, pubblicato pure sulla pagina Facebook “Save Tafida”, la specialista le ha «replicato che lei era un dottore e non una ‘mammina’ e ha sarcasticamente consigliato che lui [il figlio] poteva fare i suoi esami in ospedale».

Nel frattempo i genitori hanno cercato ospedali stranieri disponibili a continuare le cure di Tafida: e per l’appunto il Gaslini si è offerto di accogliere la bambina. Ma anche davanti a questa disponibilità è arrivato il rifiuto dell’RLH, espresso ancora dalla Vaidya e dall’italiana Simona Lampariello. Tra l’altro, ieri si è pronunciato sul caso anche il governatore della Liguria, Giovanni Toti, esprimendo con un post su Facebook la volontà politica di accogliere Tafida al Gaslini.

Intanto, la mattina del 16 luglio, la famiglia si è rivolta all’Alta Corte di Londra chiedendo di pronunciarsi sul rifiuto al trasferimento, mentre nel pomeriggio della stessa giornata si è svolta un’udienza preliminare, sempre presso l’Alta Corte, stavolta su istanza del Barts Health NHS Trust, che comprende l’ospedale londinese. Il giudice Alistair MacDonald ha convocato una nuova udienza per lunedì prossimo, spiegando di voler analizzare insieme i due opposti ricorsi ed elevando un divieto temporaneo (altro film già visto) di rendere pubbliche le identità dei medici coinvolti nella vicenda.

A rappresentare il trust è Katie Gollop, la stessa legale che aveva sostenuto la linea del GOSH nel chiedere la morte di Charlie Gard «nel suo miglior interesse». Come riferisce il Daily Mail, la Gollop ha detto all’udienza che il Royal London Hospital è «contento» di continuare a garantire il supporto vitale a Tafida, ma allo stesso tempo - badate bene - preoccupato che le condizioni della bambina possano peggiorare. Preoccupato per il comportamento da tenere. «L’ospedale non vorrebbe somministrare antibiotici o altri trattamenti intensificati, né fornire la rianimazione cardiopolmonare». Non servono commenti.

Parlando fuori dall’Alta Corte dopo l’udienza, mamma Shelina ha detto: «Voglio solo portare la mia bambina fuori [dall’RLH]. Lasciatemela portare fuori, lasciatemi esercitare i miei diritti. Loro sanno chiaramente che Tafida non è alla fine della sua vita e […] mi disgusta che stanno ancora perseguendo questo», cioè la sua morte. È un copione, purtroppo, che si ripete. Ci sarà di nuovo da combattere. E da pregare.