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Trump contro i trans. Scampata bufera nell'Us Army

Dopo un anno di prova, Trump boccia la riforma che avrebbe aperto le porte delle forze armate statunitensi ai transgender. Un atto di buon senso, che impedisce la possibilità di avere camerate e spazi promiscui in uno dei settori tradizionalmente più stabili della società americana. 

Bradley Manning, il trans più famoso dell'esercito

Sui “princìpi non negoziabili” il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump tiene egregiamente e a chi i “principi non negoziabili” stanno a cuore ciò basta al di là di quel che Trump è su altre questioni.

Lo ha scritto a chiare lettere Mark Bauerlein sull’autorevole mensile cattolico First Things in un articolo encomiabile che, fra coloro che negli Stati Uniti hanno a cuore i “princìpi non negoziabili”, interpreta lucidamente il pensiero dei cattolici, riecheggiando le parole forti pronunciate da Trump a Varsavia il 6 luglio: «Noi vogliamo Dio». Ma il tallone di Achille di Trump è sempre stato il gender un po’ per non spiacere alla figlia Ivanka, un po’ per non deludere certi facoltosi suoi consiglieri. Trump però è fatto apposta per spaiare le carte e così anche sul fronte LGBT ha deciso di fare di testa propria sabotando uno dei fori all’occhiello dell’Amministrazione che lo ha preceduto. Nel 2016, infatti, l’allora ministro della Difesa, Ashton B. Carter, aveva abbattuto uno degli argini che ancora tenevano nella società americana, mettendo fine al divieto che impediva alle persone transgender di prestare servizio nelle forze armate degli Stati Uniti. Un disastro, ovviamente, per ragione morali; ma anche semplicemente sul piano della praticità e del buon senso la decisione fu una enormità. Basta solo immaginarsi cosa significherebbe avere un esercito con camerate promiscue senza più la possibilità d’intervenire, un’aviazione con omaccioni che al mattino s’infilano a forza dentro l’uniforme di un’ausiliaria, una marina con reclute donne che s’infilano nelle docce dei naioni uomini perché si sentono più maschi che femmine, e così via. Motivo per cui il ministro Carter ha concesso un anno di tempo al Pentagono per cercare un modus vivendi prima della piena entrata in vigora della riforma. Solo che tra il dire di Carter il fare de Capi di Stato maggiore ci si è messo di mezzo un presidente inaspettato, appunto Trump, il quale, allo scadere del fatidico anno “di studio”, ha deciso di cancellare tutto, riportando in auge il vecchio divieto.

Già circa un mese fa, l’attuale ministro della Difesa, John Mattis, aveva chiesto più tempo per attuare la decisione del predecessore; poi, mercoledì 26 luglio, Trump ha rotto gl’indugi e, attraverso il suo canale di comunicazione preferito, Twitter, ha chiuso la questione dicendo che non se ne fa più nulla.

Del resto, secondo uno studio della Rand Corporation, commissionato dallo stesso ministero della Difesa, uno studio peraltro oggettivamente favorevole alla riforma delle forze armate, visto che conclude che l’impatto dell’ingresso dei transgender sulla loro efficienza sarebbe minimo si sta parlando di un numero di persone stimato a un di presso ma comunque compreso fra le 1.320 unità e le 6.630,  e meno ancora sono coloro che si sottopongono a cure ormonali per modificare il più possibile la propria personalità sessuale (fra le 30 e le 140) e quelle che da transgender diventano transessuali per via chirurgica (fra le 25 e le 130). Una minoranza, come al solito, in nome della quale il salotto dei benpensanti è però disposto a mettere in ambasce l’intera struttura militare statunitense. Perché ovviamente si tratta di un simbolo, di un grimaldello in più per piegare, avvilire, trasformare la società agendo di prepotenza su uno dei suoi assetti più tradizionalmente dati per certi. Una volta, cioè, se eri gay alla visita del militare ti riformavano per giustificati ed evidenti motivi; se invece gli LGBT riescono a espugnare anche questa fortezza (simbolica, per carità: nessuno fa né del militarismo un feticcio né del machismo un credo), davvero, psicologicamente, nulla sembra più tenere.

Ora, Trump non è un intellettuale. Non è uomo da ragionamenti sofisticatissimi. Sulla questione LGBT poteva già fare di più e non lo ha fatto per invertire la pericolosa tendenza imboccata da Obama. Ma nessuno può negare che abbia fiuto. Quel fiuto adesso gli dice che con la riforma Carter delle forze armate la gendercrazia che caratterizza la nostra epoca ha esagerato e che quindi va fermata. È inevitabile che avvengano gli scandali, guai all’uomo che provoca gli scandali, dice la Scrittura, ma è anche vero che gli scandali aiutano a galvanizzare la reazione. Se l’ideologia, oggi del gender, esagera, e se sul suo cammino puta caso ci sono uomini magari rozzi ma “sgamati”, finisce che quella che doveva essere solo una passeggiata si trasforma in ritirata.