• GUERRA DIMENTICATA

Trump contro Putin: i missili all'Ucraina

Lancio di un missile Javelin, come quelli che potrebbero essere forniti all'Ucraina

Prima di andare in vacanza, il presidente statunitense Donald Trump ha dato una scossa all’agenda politica americana. Il provvedimento di cui tutti parlano è la firma della riforma fiscale, avvenuta, come promesso, prima di Natale, il 22 dicembre. In questo modo, il taglio delle tasse è legge. Ma lo stesso 22 dicembre, l’amministrazione compiva un’altra mossa importante di cui si è parlato molto meno: la fornitura all’Ucraina di armi da guerra. L’amministrazione Obama aveva sempre ventilato questa possibilità, pur senza compierla per timore di escalation. La successiva amministrazione Trump, al contrario, pur parlando poco o nulla della Ucraina ha “passato il Rubicone”, accettando di compiere il primo indiretto intervento militare propriamente detto.

Come mai proprio ora? Si tratta di una risposta americana alla nuova escalation nel conflitto del Donbass, nell’Ucraina orientale, fra i separatisti filo-russi delle repubbliche auto-proclamate di Donetsk e Luhansk, da una parte, e le truppe governative di Kiev dall’altra. Difficile che qualcuno ne abbia sentito parlare, ma gli scontri nella lunga guerra di posizione (e a bassa intensità) sono aumentati del 60% nell’ultimo mese. Fin dal febbraio del 2015, dopo gli accordi di “Minsk 2” (i primi vennero siglati nella capitale bielorussa nel settembre del 2014), la guerra è ufficialmente finita. Solo ufficialmente, però. Sul campo continua, con scaramucce, bombardamenti d’artiglieria, incursioni nel campo nemico. Nella autoproclamata repubblica di Luhansk, a novembre, il locale ministro della sicurezza, Igor Kornet, sostenuto dai servizi di sicurezza, ha condotto con successo un golpe contro il più moderato leader della repubblica, Igor Plotnitskij. Alla faida interna è seguita da una recrudescenza del conflitto contro le truppe regolari di Kiev. La promessa russa di accettare forze internazionali di peacekeeping è stata in gran parte una delusione. Il Cremlino si è detto disposto a consentire la loro presenza solo lungo il confine interno (mai riconosciuto internazionalmente) fra le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk e il resto dell’Ucraina, ma non sul confine fra Ucraina e Russia. Kiev non può accettare alcun accordo finché quel confine non sarà presidiato da truppe non russe e accusa Mosca di utilizzarlo come via di continuo rifornimento dei separatisti. Della proposta di pace americana, inoltrata dal mediatore Kurt Volker, il Cremlino ha accettato solo 3 articoli su 29. Al culmine di questo stallo diplomatico, Mosca si è ritirata dal gruppo di monitoraggio sul cessate il fuoco, il JCCC, a guida Osce.

E’ in queste condizioni che l’amministrazione Trump ha preso la difficile decisione di fornire armi all’Ucraina. Per ora, infatti, il sostegno statunitense alla causa di Kiev era soprattutto finanziario, addestrativo e materiale: fornitura di equipaggiamento utile per la guerra, come i droni da ricognizione, ma non direttamente armi. La fornitura di armi è una tappa in più nell’escalation. Quali armi? Non ci sono ancora notizie ufficiali in merito. La portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, ha solo dichiarato che verranno “aumentate le capacità difensive dell’Ucraina”, senza mai nominare quali. Fonti attendibili sembrano però concordare sul tipo di arma: missili anti-carro Javelin, considerati gli unici in grado di perforare la corazza reattiva dei carri armati russi in azione nel Donbass. Piani per la loro fornitura alle truppe ucraina, con programma di addestramento annesso, sarebbero pronti fin dall’inizio dell’anno. La mossa difficilmente ribalterà il rapporto di forze, ma è considerata utile per rendere “più costosa” (in termini di perdite umane e materiali) ogni successiva mossa russa a sostegno dei separatisti locali.

La Russia, che ufficialmente continua a negare ogni coinvolgimento nel conflitto della vicina Ucraina, ha commentato la decisione americana per bocca del vice ministro degli Esteri, Sergej Rjabikov, il quale ritiene che la fornitura di armi a Kiev incoraggerebbe i governativi ucraini a provocare “un nuovo bagno di sangue”. Tuttora Mosca, a tre giorni dall’annuncio americano, non ha formulato contromisure. Non si vede, per lo meno non si vede ancora, quella reazione apocalittica, come l’intervento diretto russo nel conflitto ucraino, che si paventava negli anni dell’amministrazione Obama.

Che cosa ha spinto l’amministrazione Trump a fare quel passo che Obama non aveva mai voluto compiere? La spiegazione più diretta è nella diversa geografia dei partner europei. Obama ascoltava soprattutto i pareri dei leader europei occidentali: Francia e Germania si sono sempre opposte all’invio di armi statunitensi all’Ucraina, considerandola una mossa troppo pericolosa e foriera di escalation. Tuttora, sia Macron che la Merkel caldeggiano un ritorno al negoziato quale unica via alla soluzione della crisi. Trump, al contrario, dà maggior credito ai partner dell’Europa centrale, più direttamente coinvolti (e geograficamente vicini) alla guerra in Ucraina. E sia la Lituania che la Polonia hanno sempre caldeggiato l’invio dei missili anti-carro per controbilanciare sul campo lo strapotere della tecnologia russa.

La notizia può spiazzare ancora una volta i commentatori politici che tuttora sono letteralmente ipnotizzati dal presunto scandalo “Russiagate” e tendono a considerare l’inquilino della Casa Bianca come un prodotto delle manovre di Putin. Difficile pensare che un “uomo di Putin” fornisca armi ai suoi nemici, contraddicendo l’azione di un’amministrazione Obama che era dura solo a parole. Delle due l’una: o l’appoggio all’Ucraina è una pantomima, o l’appoggio di Putin a Trump non è mai realmente esistito. Trump spiazza, comunque, perché continua a predicare migliori relazioni con Mosca, segnala al Cremlino le minacce terroristiche collaborando più strettamente a livello di servizi segreti, ma poi inserisce la Russia fra i principali antagonisti degli Usa nella nuova Strategia di Sicurezza Nazionale. E manda armi a Kiev. Ma non è schizofrenia: è realismo. Come spiegava la settimana scorsa il segretario di Stato Rex Tillerson (che non ha pregiudizi contro i russi: è stato decorato a Mosca, in tempi non lontani), l’Ucraina è il maggior ostacolo al rilancio delle relazioni di buon vicinato fra Mosca e Washington. Solo riportando i Russi “alla ragione” sul fronte ucraino, si può avviare il dialogo in tutti gli altri settori.