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Trump ha un sogno, la moglie Melania solo una... copia

È il momento di Donald J. Trump. L’elettorato repubblicano vede in lui il presidente del riscatto che, dopo l'era Obama, farà rinascere il nuovo sogno americano. Ma scoppia la polemica sulla moglie, Melania. I passi del suo discorso parevano ripresi pari pari da quello di Michelle Obama a Denver nel 2008.

Donal Trump con la moglie Melania

È il momento di Donald J. Trump. A Cleveland, in Ohio, il magnate che sfiderà Hillary Clinton per la presidenza del Paese più importante del mondo fa il pieno di consensi, di plausi, di strepiti. In un batter d’occhio tutto il resto sembra lontanissimo: la sfida di Ted Cruz, i proclami a effetto, la sfiducia del movimento conservatore e dell’establishment del Partito Repubblicano, le minacce di candidature indipendenti alternative per sottrargli la Casa Bianca, lo spettro della rivolta dei delegati per soffiargli la nomination. 

L’idea di cambiare le regole della Convenzione proprio mentre  questa si sta svolgendo, ottenendo così che i delegati eletti nelle primarie vengano svincolati dal mandato che li obbliga per bocciare Trump sul filo di lana (clicca qui), è stata, infatti, solo una breve fiammata e non ha cambiato nulla. Trump è il candidato Repubblicano alla presidenza e ora nessuno può più scalfirlo. Per amore o per forza, anche i suoi avversari di partito convergeranno su di lui. Meglio lui che la Clinton, dicono: molti si sono convinti, e il manipolo degl’irriducibili che non si lascerà incantare per nulla al mondo probabilmente non riuscirà a guastare la festa al milionario prestato alla politica. 

E poi c’è l’esercito degli entusiasti.La faida praticamente senza precedenti che si è svolta dentro il Grand Old Party (Gop, l’altro nome del Partito Repubblicano) e in seno al movimento conservatore rischia di oscurare l’evidenza maggiore: le folle che osannano Trump come l’uomo della Provvidenza. Letteralmente. L’attore Scott Baio (che in Happy Days interpretava Chachi Arcola, il cugino di Fonzie) ha chiesto al pubblico dal palco della Convenzione se Trump non sia forse il Messia; ha poi risposto di no, ma tanto è bastato perché tal Jamiel Shaw, padre di famiglia, dicesse: «Trump è mandato da Dio» (clicca qui).

I sostenitori di Trump sono tanti, tantissimi. Durante le primarie non sono mai stati la maggioranza di coloro che quest’anno hanno deciso di votare Gop nella fase delle eliminatorie, ma sono andati crescendo. Il fenomeno più importante della tornata elettorale di quest’anno sono del resto proprio loro, e il Gop farà bene a rendersene conto il più presto possibile, irriducibili anti-Trump compresi. Dall’elettorato repubblicano si è alzata cioè forte e chiara una domanda non più procrastinabile che il Gop né potrà ignorare, né dovrà lasciare esclusivamente a Trump: la domanda dell’alternativa secca e del mutamento repentino. Chi oggi acclama Trump vuole che Trump porti subito in dote la sospensione della politica mesta e renitente con cui Barack Obama ha depresso gli Stati Uniti per otto anni, il ritorno di un’America muscolare e competitiva, l’archiviazione del politicamente corretto e del buonismo che hanno prostrato quello che un tempo era il Paese-guida dell’Occidente, la fine della cultura del piagnisteo, la rinascita di un sogno. 

Forse davvero pochi di coloro che oggi portano Trump sul palmo della mano sono sul serio convinti  che questa sorta di palazzinaro d’alto bordo incline alle pagliacciate ed esperto in cambi di casacca sia il “nuovo Ronald Reagan”, l’uomo capace di rovesciare la situazione, il leader giusto al momento giusto, ma di un’altra cosa sono rigorosamente certi. Ed è che in un sogno così vogliono tornare a crederci. Potrebbero un giorno, magari non lontano, accorgersi di avere mal riposto la speranza, ma adesso non importa, oggi corrono volentieri il rischio.

Il momento magico del bagno di folla a Cleveland durerà però poco. In campagna elettorale Hillary Clinton ha speso una fortuna che Trump nemmeno s’immagina e tutti i fantastilioni spesi le hanno comportato solo un vantaggio risicato nei sondaggi, e ogni tanto nemmeno quello. Dalla sua ha tutto il Partito Democratico (ex avversari compresi), il presidente Obama, gran parte dei media, la solita retorica e i favori che oggettivamente le continuano a fare i proscioglimenti da ogni e qualsiasi scandalo in cui venga implicata. Darà, dunque, battaglia fino all’ultima goccia di sangue per sconfiggere Trump e a Trump non basteranno solo le iperboli degli ultrà, di cui per definizione (viste le primarie) è colma la Convenzione. Gli servirà, infatti, la politica vera, il programma vincente, l’intelligenza oltre alla teatralità e soprattutto gli serviranno i voti che alla Convenzione sono assenti. 

I voti di chi non lo ha votato nelle primarie, i voti dei Repubblicani e dei conservatori che gli hanno giurato inimicizia, i voti di quelli che si riconoscono nelle oramai celebri parole con cui il governatore del Texas Rick Perry lo ha apostrofato («un cancro del conservatorismo»), i voti di quella no man’s land d’“indipendenti” (o indecisi) che quest’anno è più vasta del consueto. Solo se riuscirà a magnetizzare quei voti, Trump diventerà il prossimo presidente degli Stati Uniti, votato da una doppia constituency: coloro che sono disposti a rischiare un incubo pur di rivivere un sogno e coloro che da una sua eventuale vittoria si aspettano l’effetto-traino che eleggerà anche un Congresso federale (l’8 novembre si voterà sia per il presidente sia per il Congresso) a guida Repubblicana e conservatrice. Perché un parlamento forte così avrebbe la spregiudicatezza necessaria per prendere di petto l’eventuale presidente Trump e impedirgli di trasformare il sogno in incubo.