• IRAQ

Tutte le ambiguità dell'offensiva contro l'Isis

Doveva essere la "madre di tutte le battaglie" contro l'Isis. Mosul sarà, al massimo, una "vittoria di Pirro". Lo si deduce da mille ambiguità, come l'annuncio dell'offensiva con ampio anticipo, il mancato accerchiamento, le condanne a senso unico dei crimini siriani e russi ad Aleppo (e non di quelli jihadisti).

Truppe irachene avanzano su Mosul

Dovrebbe essere la “madre di tutte le battaglie” (per parafrasare la celebre frase di Saddam Hussein alla vigilia della Guerra del Golfo del 1991) contro lo Stato Islamico. Invece la battaglia di Mosul dopo una settimana sta già arenandosi di fronte alle sue tante ambiguità.

Non solo perché, raggiunti i sobborghi della città l’avanzata dei curdi e soprattutto delle truppe regolari irachene si fa più lenta e guardinga in prossimità delle difese che l’Isis ha avuto tutto il tempo di erigere. Del resto non si può certo dire che l’offensiva su Mosul sia stata un’operazione a sorpresa dal momento che sono almeno sei mesi che Baghdad e Washington, per esigenze più propagandistiche che militari, dichiarano come imminente l’attacco fornendo così alle forze del Califfo il tempo necessario ad accumulare armi e munizioni in bunker sotterranei riparati dai raid aerei e fortificarsi costruendo postazioni, tunnel e un gran numero di trappole esplosive. Nulla di cui stupirsi, le guerre di Obama ci hanno già abituato a gestioni mediatiche che favoriscono il nemico, una per tutte la dichiarazione con cui il presidente USA nel 2010 annunciò l’invio di rinforzi in Afghanistan precisando però che dall’anno successivo sarebbe iniziato il ritiro di tutte le truppe alleate da Kabul, con il risultato che oggi i talebani la fanno da padroni in ampie aree del Paese.

Molto ambiguo anche il mancato accerchiamento di Mosul che lascia all’Isis un paio di vie di fuga aperte verso la Siria in direzione di Raqqah e Deir az-Zor. L’occasione per chiudere a Mosul almeno 6 mila combattenti esperti del Califfato era ghiotta ma a quanto pare c’è chi preferisce consentire ai miliziani jihadisti di ritornare in Siria da dove l’Isis calò due anni or sono in Iraq, prima sulla provincia di al-Anbar nel gennaio 2014, poi su Mosul e il nord in giugno. La fuga indisturbata da Mosul di almeno cento leader dell’Isis e di molti miliziani con le famiglie è inspiegabile sul piano militare considerato che la Coalizione a guida statunitense ha il controllo dei cieli. Come ha ricordato l’agenzia Asianews, gli irakeni pensano che la vittoria di Mosul sarà “una vittoria di Pirro” se i capi dell’Isis non saranno catturati e interrogati per dimostrare gli stretti legami tra l’Isis e le monarchie sunnite del Golfo. La tranquilla fuga dei jihadisti lascia inoltre intendere che le Coalizione voglia cacciare il Califfato dall’Iraq ma non sia certo dispiaciuta di vedere i suoi miliziani combattere le truppe siriane e i loro alleati iraniani, hezbollah e russi. Del resto la Coalizione si costituì solo quando l’Isis occupò il nord dell’Iraq non certo finché combatteva il regime di Bashar Assad.

Come si può del resto prendere sul serio la blanda mobilitazione dell’Occidente contro i jihadisti quando Usa ed Europa vogliono imporre nuove sanzioni alla Russia a causa della veemenza con cui combatte in Siria tutti i movimenti estremisti, dai Fratelli Musulmani, ai salafiti, dai qaedisti allo Stato Islamico. Un ulteriore elemento di ambiguità è caratterizzato dall’accusa a Mosca e al regime siriano di provocare strage tra la popolazione di Aleppo Est, dove i miliziani dell’Esercito della Conquista (che raggruppa i movimenti sopra citati escluso l’Isis) si fanno scudo dei civili. Da quando la battaglia è apparsa decisiva si moltiplicano infatti le denunce di organizzazioni umanitarie e media compiacenti (o così ingenui da abbeverarsi alla fonte della propaganda islamista) che denunciano la morte di decine o centinaia di bambini. Numeri impossibili da verificare ma funzionali a dipingere come criminali coloro che combattono i jihadisti e a strappare una tregua necessaria ai miliziani, ormai allo stremo.

In realtà è evidente che russi e siriani combattono i miliziani jihadisti, i quali si fanno scudo dei civili come hanno fatto prima di loro tanti altri movimenti insurrezionali: Hamas a Gaza, Hezbollah nel sud del Libano e i talebani in Afghanistan. Insorti privi di forze aeree, artiglieria e contraerea che hanno sempre compensato le proprie carenze militari schierandosi a ridosso di case, scuole e ospedali per limitare il volume di fuoco del nemico. Sorprende semmai che l’opinione pubblica occidentale continui ad abboccare all’amo della propaganda e francamente stupisce la faccia di bronzo con cui gli Stati Uniti accusano i russi di crimini contro i civili quando dal Vietnam all’Irak, dall’Afghanistan alla “guerra dei droni” hanno provocato molte migliaia di “danni collaterali”. In Siria poi il paradosso è davvero stridente. Lo stesso Osservatorio siriano dei diritti umani (Ondus), ong con sede a Londra e vicina ai ribelli filo occidentali, ammette senza esitazioni che i raid della Coalizione stanno uccidendo (certo involontariamente) molte donne e bambini a Raqqah e in diverse aree del Paese. Vittime civili di cui nessuno parla così come pochissimi media riferiscono dei bambini uccisi dalle bombe dei mortai artigianali dei jihadisti che colpiscono i quartieri di Aleppo ovest in mano ai governativi. Evidentemente ci sono bambini in Siria le cui vite valgono più di altri loro coetanei.

A proposito di ambiguità nella battaglia di Mosul, come in quella di Aleppo, si cerca infine di nascondere un aspetto incontrovertibile circa il sostegno di cui godono i ribelli presso ampie fasce della popolazione. Sabato Baghdad ha reso noto che l’Isis avrebbe ucciso a Mosul 284 civili (tutti maschi in età per combattere) in esecuzioni sommarie e sequestrato 550 nuclei familiari, per lo più donne, vecchi e bambini da usare come scudi umani. Al netto della propaganda di Iraq e Coalizione pare evidente che i 3/6 mila miliziani dell’Isis che secondo le diverse stime presidiano la città non potrebbero controllarla contro la volontà degli abitanti, un tempo due milioni, oggi almeno 700 mila. Una parte rilevante della popolazione sunnita di Mosul simpatizza con l’Isis e teme il ritorno dei governativi sciiti e le rappresaglie di cui si sono già macchiati a Fallujah, Ramadi, Tikrit, come dimostra il fatto che meno di 4mila civili hanno raggiunto i campi profughi dell’UNHCR allestiti per 165 mila persone nelle aree in mano al governo di Baghdad. Probabile quindi che molti degli abitanti fuggiti da Mosul abbiano raggiunto altre aree in mano al Califfato, che controlla ancora 60 mila chilometri quadrati di territorio tra Iraq e Siria. Piaccia o meno, l’Isis ha un “suo popolo” di cui occorrerà tenere conto a guerra finita.