• JAMES SCHALL

Un gesuita difende il capitalismo, per i poveri

Padre Schall

Padre James V. Schall è un americano novantenne, sacerdote cattolico gesuita, professore emerito alla Georgetown University, filosofo e scrittore. Soprattutto bravo e coraggioso. Nel libro che propongo ai lettori della NBQ, Il giusto modo di sconfiggere la povertà (Fede&Cultura, 2017) mette in rispettosa discussione critica e con diplomatica eleganza gesuitica, tutte le tesi economiche che abbiam sentito affermare in questi quattro anni, riferite alla povertà, capitalismo, ambientalismo, diseguaglianza e persino misericordia. Un prezioso libretto che merita di esser letto.

Quando ho visto la copertina del libretto mi son detto: "mammamia! un altro libro scritto da una teologo gesuita che parlerà dell’economia che uccide e della inequità origine di tutti i mali, ecc...". Invece no. Subito nella introduzione l’autore si chiede (indirettamente) perché, nonostante il benessere creato (tra il 1990 e il 2010 il numero di poveri nel mondo è dimezzato), la Chiesa continui a criticare il capitalismo che, secondo lei, danneggia i poveri e gli emarginati. Riferisce in proposito una considerazione di Andrew Napolitano, già giudice della Corte Suprema del New Jersey: “Evangelii Gaudium attacca il capitalismo del mercato libero perché ci vuole troppo tempo affinché i poveri diventino ricchi. ‘Stanno ancora aspettando’, ha scritto il Papa. Ma senza capitalismo, che premia il duro lavoro e il sacrificio, aspetteranno per sempre…”  La domanda di fondo di P. Schall è che non ci si deve chiedere perché i poveri sono poveri, ma perché coloro che non sono poveri, non sono poveri. E più oltre spiega che l’eliminazione della povertà e la ridistribuzione, porta necessariamente con sé un regime assolutista.

Ma non si ferma qui. Spiega, con termini suoi, che per aiutare a sconfiggere la povertà deve crescere la produzione di ricchezza facendo crescere la popolazione, perché la povertà non si sconfigge donando ai poveri ciò di cui hanno bisogno, bensì integrandoli nell’economia di mercato, rifiutando teorie socialiste e stataliste. Avendo solo novant’anni, forse non teme più che la sua carriera possa esser interrotta, come è successo, per aver detto molto meno critiche,  ad altri  suoi colleghi… Continua spiegando che esser ricco non è un demerito come esser povero non è un merito (“il povero può esser avido e il ricco generoso”) , esattamente come  la tradizione della morale economica cattolica spiega da poco meno di duemila anni, da Clemente Alessandrino (III sec.). P.Schall vede in questo pensiero errato sulla povertà l’ostacolo principale alla sua soluzione, perché  in tal modo questa verrà gestita dai governi o dai “filantropi” (intendendo quelli  malthusiano ambientalisti). Lo stato infatti è contento se tutti sono più poveri, purché lo siano in egual misura. Ecco che l’egualitarismo auspicato grazie alla attuale convinzione che “l’inequità sia l’origine di tutti i mali”, porterà alla equità della ripartizione della povertà.

Parlando poi di giustizia e misericordia, riprende il concetto di giustizia di san Tommaso, che spiega che il mondo non è stato creato nella giustizia, perché non era un atto dovuto da parte di Dio, e lascia intendere che un mondo giusto è di fatto ingiusto, perché è senza dono. Parlando poi di misericordia di Dio ricorda che questa sta nel permettere il pentimento al peccatore. Parlando in specifico di diseguaglianza spiega che questa non è causata dalla ingiustizia degli uomini. Richiamando la Genesi e parlando di ecologia ambientalista, spiega ancora che questa è diventata uno strumento di potere per controllare la popolazione in nome di un bene più elevato (?): la Terra. Il Capitolo VIII dedicato alla visione economica di questo pontificato, è un vero capolavoro di diplomazia (invito a leggerlo per evitare mie troppo sintetiche interpretazioni). Qui spiega che non è vero che c’è un “capitalismo sfrenato”; che non si deve demonizzare la “società dello scarto”, che può invece esser utile; che non si deve affermare (senza spiegazioni adeguate) che “il più grande problema attuale è la disoccupazione dei giovani e la solitudine degli anziani”, perché significa  invocare lo stato a intervenire. Contesta anche il “volere una chiesa povera” che può sottintendere, se non spiegato, che si vuole anche un mondo povero. Conclude poi con una esortazione che non sembra rivolta solo al lettore: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33)

Ah! Cosa significava fare una volta gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio…