• LA PROPOSTA

Un premio Sakharov simbolico per Asia Bibi

L'Ecr, il gruppo guidato dai conservatori britannici nel Parlamento Europeo, propone Asia Bibi come candidata del Premio Sakharov per la libertà di espressione. Sarebbe un riconoscimento alla sua sofferenza e a quella degli altri cristiani perseguitati in Pakistan.

Asia Bibi

Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blesfemia in Pakistan e detenuta in attesa di sentenza definitiva dal 2009, è stata ufficialmente candidata a ricevere il prestigioso Premio Sakharov per la libertà di pensiero, conferito tutti gli anni dall’Unione Europea. A proporla è l’olandese Peter Van Dalen, membro dello European Conservatives and Reformists Group (ECR), il gruppo guidato dai conservatori britannici nel Parlamento Europeo. Secondo Van Dalen: “il caso di Asia è di importanza simbolica per altri che hanno soffrono per la libertà di religione o di espressione”.

La donna pakistana rinchiusa nel braccio della morte ha rivali “forti” e molto simbolici. Gli altri candidati al premio sono Aura Lolita Chavez Ixcaquic (attivista ecologista del Guatemala), Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag (leader del Partito Democratico Curdo in Turchia, protagonisti della resistenza parlamentare a Erdogan), l’opposizione democratica nel Venezuela, Dawit Isaak (scrittore eritreo incarcerato dal 2001 al 2005, già candidato nella precedente edizione del 2009) e Pierre Claver Mbonimpa (attivista per i diritti umani in Burundi, con un anno di carcere e un tentativo di attentato alle spalle). Come si vede da queste candidature, tutte rappresentative di lotte attualissime, Asia Bibi è l’unica che non può lottare, ma solo subire la repressione. Non verrebbe premiata per il suo impegno, ma perché è un simbolo. E come tale la sua candidatura viene intesa anche dagli attivisti per i diritti umani in Pakistan. L’intellettuale Kaleem Dean dice all’agenzia cattolica Fides che “In lei si vede la situazione di tutta la comunità cristiana. Il suo caso è tragicamente indicativo dell'insicurezza di tutte le minoranze, quando si tratta del rispetto dei loro diritti umani fondamentali”. Se mai dovesse vincerelo, “Asia Bibi riceverebbe 50.000 euro – dice Dean - Eppure qui è in gioco qualcosa che vale più del denaro (pure utile a un risarcimento per il danno subito): è in gioco il riconoscimento della libertà di religione in Pakistan”.

Libertà di religione che è calpestata come non mai in Pakistan, proprio in queste settimane. Come dimostra il caso del cristiano, Nadeem James, condannato per blasfemia solo per un presunto suo messaggio inviato via chat. Un’accusa ancor più assurda se si pensa che molto probabilmente la sua origine è una vendetta sentimentale: l’uomo è infatti innamorato di una ragazza musulmana. E per non dimenticare, poi, il martirio di Sheron Masih, massacrato dai suoi compagni musulmani, dietro a un pretesto qualunque dopo una prolungata persecuzione di tipo religioso. L’esecutivo di Islamabad è sia diretto esecutore che complice silente, come denuncia Kaleem Dean nella sua intervista: “Il governo – dichiara – sta mettendo la testa nella sabbia, per non sentire le grida angosciate delle comunità religiose minoritarie”. Soprattutto “Le accuse di blasfemia sono uno strumento di quella che è diventata l'oppressione statale contro le minoranze”. E, come dichiara sempre all’agenzia Fides Nasir Saeed, direttore dell'Ong CLAAS (Centre for Legal Aid, Assistance and Settlement): “Negli ultimi anni l'abuso della legge sulla blasfemia è aumentato. Ora è considerato un modo semplice, veloce e poco costoso per risolvere controversie private e punire i propri avversari”. Anche Saeed constata il silenzio assordante del governo pakistano e la mancanza di coraggio di affrontare la legge sulla blasfemia: “Il primo ministro pakistano Shahid Khaqan Abbasi, partecipando in questi giorni alla 72ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha vigliaccamente rifiutato di parlare della legge di blasfemia in Pakistan, dicendo solo che il Parlamento pachistano e l' organo responsabile della modifica delle leggi”.

Le autorità pakistane non ne parlano e non affrontano l’argomento blasfemia, perché sanno che è un filo che uccide all’istante chi lo tocca. Il giudice della Corte Suprema Iqbal Hameed ur Rehman, uno dei tre membri del collegio giudicante che avrebbe dovuto spiccare la sentenza definitiva su Asia Bibi, si è misteriosamente ritirato dal processo, all’ultimo momento e quasi senza preavviso. Dietro potrebbero esserci minacce, pressioni, o semplicemente la convinzione di essere in una situazione senza via d’uscita: rischia l'assassinio se l’assolve, o la graticola dell’opinione pubblica internazionale se la condanna definitivamente a morte. Salman Taseer, il coraggioso governatore del Punjab che era andato personalmente a trovare Asia Bibi e si stava battendo per la riforma della legge sulla blasfemia, è stato assassinato nel 2011 dalla sua guardia del corpo, Mumtaz Qadri (poi condannato a morte e giustiziato l’anno scorso, giudicato dallo stesso Iqbal Hameed ur Rehman). L’allora ministro delle minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti, è stato assassinato appena due mesi dopo.

Il caso Asia Bibi porta con sé una lunga scia di sangue. Il Premio Sakharov la potrebbe fermare? Sicuramente sarebbe un incentivo all’assoluzione, o anche alla liberazione. In un’ottica occidentale, però. In Pakistan potrebbero addirittura interpretare l’assegnazione del prestigioso premio come una sorta di sfida. E anche se dovesse essere assolta e liberata, Asia Bibi, proprio perché celebre, verrebbe quasi certamente assassinata. Oltre ai 50mila euro, l’Ue dovrebbe dunque prepararsi a concedere asilo politico e protezione alla donna cristiana. In uno dei pochi paesi in cui non c’è una numerosa comunità pakistana, facilmente penetrabile dai suoi sicari.