• MINISTERO AL LAVORO

Un rimborso per chi "dona" gameti: è il reddito di fertilità

Il gruppo di lavoro incaricato dalla Conferenza Stato-Regioni di verificare l’applicazione della legge 40 rileva la scarsa offerta di gameti a fronte di una aumentata domanda di fecondazione eterologa. Che fare? Per ovviare al pagamento dei gameti si pensa di istituire un rimborso spese. Una mossa che svela l'ipocrisia della fecondazione: Il mercato di sperma e ovociti legittimato dallo Stato prelude al mercato di bambini avuti tramite maternità surrogata. 

Se un atto gratuito viene retribuito è ancora gratuito? E’ evidente che non lo sia. Eppure c’è chi in Italia pensa che si possa realizzare un simile ossimoro. Si tratta del gruppo di lavoro incaricato dalla Conferenza Stato-Regioni di verificare l’applicazione della legge 40/2004 sulla fecondazione artificiale. E’ emerso un dato significativo relativo a tale applicazione: a fronte di molte richieste di fecondazione eterologa (6-7mila cicli all’anno), dove uno o entrambi i gameti provengono da soggetti esterni alla coppia richiedente, pochi sono i donatori. Allora il gruppo di lavoro di cui sopra ha trovato l’uovo, anzi, l’ovocita di Colombo: paghiamo i donatori di gameti. Ma la formula usata è quella del rimborso spese. Secondo il coordinatore del gruppo, l’andrologo Carlo Foresta, una cifra congrua potrebbe essere quella di 600 per le donatrici di ovuli che così diventerebbero venditrici di ovociti. Insomma una specie di reddito di fertilità. 

Il problema da superare è una circolare del Ministero della Salute che, dando applicazione alla sentenza del 2014 della Corte Costituzionale che eliminò il divieto di fecondazione artificiale eterologa contenuta nella legge 40, vieta qualsiasi retribuzione per i donatori di gameti. Una pezza viene messa dalla pratica dell’egg sharing: sì, proprio come il car sharing, solo che non si condivide un’auto, bensì un ovocita. Si tratta di questo: una donna in cura per l’infertilità viene sottoposta alla stimolazione ovarica. Gli ovociti in eccedenza, se lei vuole, possono essere donati a coppie che cercano un bebè in provetta. Ma l’egg sharing tampona solo il problema della penuria di gameti italici. E allora o le coppie varcano i confini italici alla ricerca di spermatozoi e ovociti stranieri oppure si fa ricorso all’importazione, come accade con l’olio. Fino ad oggi l’Italia ha importato i gameti dall’estero, soprattutto Spagna, Repubblica Ceca, Grecia, Danimarca e Svizzera. Lì fiorisce il commercio di gameti perché sono acquistabili. 

La domanda è inevitabile: perché in Italia non si trovano donatori? La risposta è semplice: perché ben pochi donerebbero i propri gameti per mettere al mondo un figlio cresciuto da terze persone. Perlomeno che ci si guadagni da questo sforzo lombare. Ed infatti laddove la pecunia è capace di stimolare i deboli slanci della generosità ecco che l’eterologa è assai diffusa.

Alcune brevi considerazioni. Se passasse la proposta del gruppo di lavoro vorremmo pregare di astenersi da qualsivoglia ipocrisia: chi percepirà soldi per aver alienato i propri gameti venga qualificato come venditore di gameti, o commerciante al dettaglio di sperma o ovociti, oppure come produttore di gameti e non come donatore.

Secondo pensierino. La compravendita dei gameti è una della numerose conclusioni che derivano da quella premessa contenuta nella legge 40 la quale si potrebbe così formulare: il nascituro è un cosa, infatti viene chiamato “prodotto del concepimento”. Ora se è una cosa possiamo fabbricarlo in provetta, scartare i pezzi difettosi, stoccarlo in celle frigorifere, sperimentare su di esso come una cavia, produrlo secondo tutte le tecniche possibili e immaginabili (omologa, eterologa, utero in affitto). E dunque se il nascituro è una cosa possiamo anche acquistare la materia prima necessaria per il concepimento. In breve: perché scandalizzarsi del mercimonio sulla vita, se non ci scandalizziamo della fecondazione artificiale in se stessa? Abbiamo ingoiato il cammello della produzione in provetta di bambini, ora è impossibile fare gli schifiltosi in merito a quel moscerino chiamato traffico di gameti.

Terza riflessione. Il dott. Ermanno Greco, direttore scientifico del Centro di Medicina della Riproduzione dell'European Hospital, ha fatto questa considerazione al Corriere della Sera: “Noi importiamo ovociti da due banche di Siviglia, ma per un fatto morale non importiamo embrioni formati altrove e spediti come pacchi”. Il dott. Greco, in sintesi, mette in evidenza una contraddizione: no al commercio di embrioni tramite la maternità surrogata avvenuta all’estero, sì invece alla compravendita dei gameti da paesi stranieri. Da una parte si potrebbe rispondere al dott. Greco che i gameti non sono persone, come invece lo è l’embrione, ma su altro versante bisogna ammettere che ha messo il dito nella piaga. Infatti il mercato di sperma e ovociti legittimato dallo Stato prelude al mercato di bambini avuti tramite maternità surrogata. Dal commercio di ovociti al commercio di uteri, il passo è breve. Di contro, se ci opponiamo all’utero in affitto perché le donne vengono sfruttate, non si potrebbe usare questa stessa motivazione per opporsi anche alla compravendita di ovociti? Non è sempre uno sfruttare il corpo delle donne?