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Usa-Iran, la guerra che forse nessuno vuole davvero

Dopo l’abbattimento del drone statunitense da parte di un missile iraniano e l’annuncio di Trump, che dice di aver fermato i suoi generali “10 minuti prima” della rappresaglia, la tensione tra Usa e Iran resta alta. Eppure, le dichiarazioni dei due fronti sembrano indicare la volontà di mostrare forza, a fini di deterrenza, ma senza giungere a un conflitto.

Dopo aver alimentato l’escalation della tensione con l’Iran fin dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare di Teheran, Donald Trump ha fermato i suoi generali “10 minuti prima” che le forze statunitensi del Golfo scatenassero un triplice attacco come rappresaglia per l’abbattimento da parte di un missile iraniano di un drone da ricognizione strategica Global Hawk.

Il velivolo sarebbe stato colpito nello spazio aereo iraniano, secondo Teheran; in quello internazionale, secondo gli Usa, anche se l’intelligence sembra avere dubbi circa la reale posizione del velivolo senza pilota, le cui funzioni di sorveglianza e spionaggio da alta quota sono compatibili con una missione di sorvolo delle coste iraniane. 

Trump è entrato nella Situation Room della Casa Bianca con l’ordine di attaccare ma poco prima che i missili venissero lanciati ha fermato tutto, rimandando - non annullando - i raid missilistici contro obiettivi iraniani. “La scorsa notte eravamo pronti a colpire tre diversi siti, quando ho chiesto quante persone sarebbero morte. La risposta di un generale è stata 150 persone”, ha twittato Trump. Così, “dieci minuti prima che partissero i bombardamenti li ho bloccati perché non li ho ritenuti proporzionati all’abbattimento di un drone senza pilota”.

Il comandante delle forze aeree iraniane, il generale Amir Ali Hajizadeh, in un’intervista al canale televisivo nazionale Memri ha affermato che il sistema missilistico iraniano è in grado di colpire, in ogni momento, le basi e le unità navali statunitensi presenti nella regione, compresa la portaerei Abraham Lincoln. Hajizadeh ha affermato che a breve distanza dal drone, abbattuto solo dopo la mancata risposta a due avvisi per violazione dello spazio aereo iraniano, volava un aereo spia con a bordo l’equipaggio e una dozzina di militari - notizia che Washington non ha commentato. I vertici iraniani avrebbero deciso di non colpire il velivolo ritenendo l’abbattimento del drone un “avvertimento sufficiente”.

I due resoconti evidenziano quindi su entrambi i lati della barricata la volontà di mostrare capacità militari e forza, a fini di deterrenza, ma né l’Iran né gli Usa sembrano voler superare la “linea rossa” rappresentata dall’uccisione di militari o civili sul fronte nemico. Tra le valutazioni di Trump hanno avuto probabilmente un certo peso anche i calcoli circa la possibile reazione della comunità internazionale a quello che sarebbe apparso come un atto di guerra unilaterale e deliberato. Del resto, non mancano certo le incognite circa le potenziali conseguenze di un attacco all’Iran che dispone di missili balistici, da crociera e mezzi con i quali bloccare lo stretto di Hormuz, colpire i Paesi arabi vicini e le basi statunitensi lì presenti.

Teheran dispone di buone difese aeree e di capacità forse superiori a quanto ritengano gli Usa nella difesa contro missili e droni. Quanto al dibattito negli Stati Uniti, Trump affronta molte critiche per “non aver risposto a una provocazione così grave”, definita “un errore imperdonabile” dal deputato repubblicano Liz Cheney, figlia dell’ex vicepresidente Dick, che ha paragonato la rinuncia di Trump ai raid alla titubanza di Barack Obama sulla Siria nel 2012 e 2013.

Due gli aspetti paradossali. Innanzitutto negli otto anni di amministrazione di Obama, presidente insignito del Premio Nobel per la pace, sono stati effettuati raid aerei prolungati sui territori di diversi Paesi senza per questo conseguire successi rilevanti e al prezzo di moltissimi “danni collaterali”. Inoltre, negli ultimi giorni il Senato statunitense, con un’iniziativa bipartisan, ha votato il blocco della vendita di armi all’Arabia Saudita per le vittime civili provocate dai bombardamenti di Riad nello Yemen, voluta con forza nei mesi scorsi dal presidente Trump, per un valore complessivo di otto miliardi di dollari. Le prime due risoluzioni sono state approvate con 53 voti favorevoli e 45 contrari mentre una terza votazione ha visto il margine restringersi a 51 favorevoli e 45 contrari.

Trump aveva sollecitato il via libera a nuove vendite di armi a Riad proprio adducendo la necessità di sostenere l’alleato di fronte alla minaccia iraniana. Ora Trump sembra voler porre il veto all’iniziativa del Congresso che verrà probabilmente confermata dalla Camera a maggioranza democratica; e una nota della Casa Bianca ha sottolineato che il blocco alla vendita equivale a un “abbandono” degli Stati Uniti verso i propri alleati “in un momento in cui crescono le minacce”.

Resta singolare però che, mentre molti membri del Congresso vogliono impedire a Trump di potenziare gli alleati arabi del Golfo Persico, altri lo rimproverino per non aver scatenato una guerra contro l’Iran. “Non voglio la guerra, ma se ci fosse sarebbe una distruzione come non l’avete mai vista prima”, ha detto il presidente in un’intervista a Meet the Press sul canale tv Nbc. “Ma non voglio farlo”. Trump ha spiegato che non ci sono precondizioni per i colloqui degli Stati Uniti con Teheran. “Non puoi avere armi nucleari. E se vuoi parlarne, bene. Altrimenti, puoi vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”, ha aggiunto - rivolgendosi ai vertici della Repubblica Islamica, la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, e il presidente Hassan Rouhani - senza “precondizioni”.