• LO SCONTRO

Usa, la guerra di giudici e Fbi contro Trump

Qualsiasi sia il giudizio che si ha del nuovo presidente americano, non si può non guardare con preoccupazione alla guerra scatenatagli contro dall'establishment. Sentenze dei giudici di carattere squisitamente politico e, ora, il direttore dell'Fbi che lo mette sotto inchiesta per presunte interferenze della Russia nelle elezioni. Si cerca così di vanificare il risultato elettorale, ma si mette anche a rischio la sicurezza nazionale e non solo.

Trump e Comey

Si fa molto presto a dire che Donald Trump sia stato un ingenuo novellino della politica, che si sia infilato da solo in un cul de sac, con un tweet in cui accusa Obama di spionaggio nei suoi confronti. Si fa anche presto a dire che il direttore dell’Fbi, James Comey, abbia platealmente smentito il presidente di fronte al Congresso, asserendo che né l’Fbi né l’intelligence hanno mai spiato la Trump Tower, ma in compenso stanno investigando su eventuali interferenze russe nelle elezioni. Le notizie stesse, così come sono riportate, contengono un’altra interessante chiave di lettura.

Donald Trump si è dimostrato un maestro della comunicazione politica. Ha cavalcato l’indignazione creata dalle sue stesse dichiarazioni per ottenere ancora più consensi da un elettorato stanco del linguaggio politically correct. Più i media e l’establishment repubblicano (e poi i rivali democratici) lo hanno fischiato, più lui ha guadagnato voti. La sua campagna è stata la meno costosa della storia recente statunitense: ha vinto sull’onda della pubblicità negativa. Di più: inducendo gli avversari a uscire allo scoperto, ha anche fatto emergere le loro contraddizioni. Quel che sta avvenendo in questa settimana potrebbe essere l’ennesimo caso.

Se l’Fbi, per bocca del suo direttore, afferma che è in corso un’indagine su eventuali interferenze russe nella campagna elettorale, volte a far vincere Donald Trump, vuol dire che la Trump Tower era spiata eccome. E dunque il tweet di Donald Trump contro lo spionaggio di Obama verrebbe in questo modo confermato. Con quali prove, infatti, l’Fbi dimostrerebbe l’aiuto russo a Trump, se non intercettazioni a danno del suo staff? E chi era in carica quando queste intercettazioni erano in corso? Barack Obama. Con che dati e sulla base di quali informazioni i media hanno smentito il generale Flynn, ora dimissionario, dimostrando l’esistenza delle sue conversazioni telefoniche segrete con l’ambasciatore russo? E chi ha passato quelle intercettazioni ai grandi media? L’intelligence. E chi era in carica, mentre il generale Flynn veniva intercettato? Obama.

Indipendentemente da quel che si pensi del presidente degli Stati Uniti e dall’esito di questo ultimo braccio di ferro con componenti della precedente amministrazione, resta evidente il pericolo creato da questa situazione. Ci sono, appunto, organi dell’apparato federale (Fbi, Nsa, magistratura) che stanno platealmente sfidando il presidente. L’intelligence cerca di smentirlo, mentre la magistratura ordinaria boccia per due volte di fila il decreto sul blocco temporaneo dei visti da sei paesi a rischio, con motivazioni più politiche che legali. La sentenza del giudice Watson viene ora indicata come un luminoso esempio di equilibrio di potere, ma anche secondo un editorialista non certo simpatizzante di Trump, quale David Frum, costituisce un pericoloso precedente di politicizzazione della magistratura statunitense.

Il pericolo interno di tutta questa vicenda è che organi non elettivi (magistratura, intelligence, polizia) si sostituiscano al legislatore e all’esecutivo. Per ora i Democratici possono spingere in questa direzione, perché rientra nei loro interessi immediati: non avendo più il controllo né del Congresso, né della Casa Bianca e neppure della maggioranza dei governi locali, non resta loro che affidarsi a burocrazie, servizi e magistratura. Oltre che alla piazza. Il “It’s our time to resist”, pronunciato dall’attrice (e militante democratica) Jodie Foster ricorda il “resistere, resistere, resistere” di anti-berlusconiana memoria. Ma se c’era una sola cosa da cui era risparmiata la politica statunitense dell’ultimo secolo, questa era proprio la “guerra civile fredda”, caratteristica dell’Italia. Ora rischia di finirci dentro. La polarizzazione dello scontro politico, anche ad elezioni concluse da cinque mesi, non ha precedenti.

Per capire quanto questa situazione possa mettere a rischio anche il resto del mondo occidentale, basti pensare che i voti al Senato per le maggiori scelte statunitensi in politica estera (anche quelle più controverse, come la guerra in Iraq del 2003), sono sempre stati bi-partisan. Gli Usa hanno sempre contato su una classe politica che, almeno sulle questioni internazionali, antepone gli interessi americani a quelli del partito. Il presidente, oltre che essere il capo dell'esecutivo, negli Usa è anche il comandante in capo delle forze armate. Eppure un'ex funzionaria del Pentagono giunge al punto di scrivere e pubblicare un articolo su Foreign Policy su come liberarsi di Trump, anche con metodi violenti. Tutto ciò crea una situazione di incertezza che, anche qui, non ha precedenti. Se la politica dei partiti fa irruzione nella politica estera il rischio è quello di diventare amico del nemico (esterno) del mio nemico (interno). L’azione dell’Fbi dovrebbe servire a proteggere la sicurezza americana da eventuali interferenze russe, però il vistosissimo conflitto ai vertici degli Stati Uniti può incoraggiare i russi, così come i cinesi, gli iraniani, i nordcoreani, a mettere seriamente alla prova la fragilità degli Usa.