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Van der Bellen: lezioni di storia politicamente scorrette

La sinistra "politically correct" identifica il nuovo presidente austriaco, che ha battuto il candidato nazionalista, come un "figlio di immigrati". Immigrati sì, ma nobili russi di origine olandese, in fuga dalla persecuzione comunista e riparati prima in Estonia e poi nella Germania nazista. Una storia inconsueta.

Van der Bellen

La vittoria di Alexander Van der Bellen alle elezioni presidenziali in Austria, viene salutata dai media di tutta Europa con un sospiro di sollievo. E’ lui l’uomo che ha fermato il candidato nazionalista Norbert Hofer e questo è quanto basta. Van der Bellen viene descritto come il candidato europeista, portatore dei valori federalisti e di libertà di movimento dei popoli. E’ lui stesso definito “figlio di immigrati” e solo questo fa di lui una figura simbolo nel linguaggio politically correct. Di solito si pensa ai “migranti” come popoli in cerca di salvezza, più raramente si dice da cosa stiano cercando di fuggire, perché e verso dove. La storia della famiglia Van der Bellen rivela aspetti per noi quasi inediti, o per lo meno sottaciuti, della storia europea che demoliscono una serie di luoghi comuni della storiografia politicamente corretta. 

Il cognome Van der Bellen è olandese, ma la sua famiglia viene dalla Russia. Come si spiega? La sua famiglia si è insediata in Russia nel XVIII Secolo, quando l’imperatrice Caterina II la Grande aveva spalancato le porte all’Europa centrale e occidentale, per colonizzare terre ancora incolte. La maggior parte, soprattutto tedeschi mennoniti, scelse di insediarsi nelle terre del Mar Nero, in quella Nuova Russia appena annessa all’impero. Una minoranza, fatta di tedeschi ed europei del Nord e dell’Ovest, si insediò nelle terre baltiche. Fra questi c’era la famiglia Van der Bellen che si stabilì nella provincia di Pskov, non lontano dalla capitale di allora, San Pietroburgo. La famiglia acquisì il titolo nobiliare. Il padre di Alexander, Aleksandr Konstantin Van der Bellen, visse il periodo più turbolento della storia russa. Nella Prima Guerra Mondiale, i tedeschi giunsero alle porte di Pskov. Nella Rivoluzione di Febbraio, Aleksandr Konstantin sposò la causa dei liberali che miravano a trasformare l’ex impero in una repubblica democratica federale di stampo occidentale. Ma i bolscevichi presero il potere con la forza, in quella che passò alla storia come la Rivoluzione di Ottobre. Il padre dell’attuale presidente austriaco dovette fuggire nella vicina Estonia, che aveva appena dichiarato la sua indipendenza.

Già da questa prima fase della storia familiare del nuovo presidente di sinistra, apprendiamo alcuni dati che la storia spesso non ricorda. Primo: l’impero russo era molto più europeo e multietnico di quanto si tenda a ricordare. Secondo: il padre di Alexander, che pure era nobile, aveva iniziato a giocare un ruolo politico nella prima rivoluzione democratica, senza essere perseguitato. Terzo: le rivoluzioni in Russia furono due e la seconda fu un colpo di Stato violento da parte dei bolscevichi. Quarto: la sua fuga fu verso l’Estonia, che già da allora era una nazione indipendente e sovrana e diede rifugio a molti dissidenti e perseguitati in fuga dalla Russia bolscevica. La madre di Alexander, Anna Siibold, era estone, cresciuta in una Estonia ancora libera dall’Unione Sovietica.

La seconda fase della storia familiare di Van der Bellen è ancor più “politically scorrect”. Il 23 agosto del 1939, la Germania nazista e l’Unione Sovietica strinsero il patto di non-aggressione, il Ribbentrop-Molotov, per coprirsi reciprocamente le spalle e spartirsi l’Europa orientale (tramite i protocolli segreti, resi pubblici solo 50 anni dopo grazie alla glasnost di Gorbachev). L’Estonia rientrava nella sfera di influenza sovietica e l’Armata Rossa mise piede nel paese il 28 settembre 1939 (occupazione di basi militari strategiche, concesse forzatamente dal governo di Tallinn) per poi occuparlo definitivamente il 21 giugno 1940, proprio mentre i nazisti stavano invadendo la Francia. Ai Van der Bellen non restava che fuggire di nuovo. I servizi segreti sovietici, infatti, non risparmiavano nessun “nemico di classe”: avevano già liste nere di tutte le personalità da arrestare, deportare e fucilare, ancora prima di entrare in Estonia.

I due nobili fuggitivi trovarono rifugio all’estero. Dove? Nella Germania nazista, che li ospitò in un campo profughi allestito nella Prussia orientale. E' un dettaglio importante che, però, raramente si legge nelle biografie di questi giorni, pubblicate dai grandi quotidiani europei. Perché rappresenta un’altra insolita lezione di storia, che fa impressione solo a pensarla: il Terzo Reich, che per la stragrande maggioranza degli europei, soprattutto per gli ebrei, rappresentò una forza di occupazione e sterminio, per i popoli perseguitati da Stalin fu un’ancora di salvezza. Ed è questo il motivo che rende così differenti le memorie e le sensibilità storiche della Vecchia (occidentale) e Nuova (orientale) Europa. L’Austria faceva ancora parte della Germania nazista (che l’aveva annessa nel 1938) quando la famiglia Van der Bellen vi si trasferì e vi si insediò, dando alla luce l’attuale presidente Alexander, a Vienna, il 18 gennaio 1944. Nel Terzo Reich, da una famiglia ospitata e salvata dai nazisti, nacque il presidente che ha "salvato l'Austria" dal "nazista" Hofer. Neanche uno scrittore dei paradossi sarebbe arrivato a tanto. La storia, come sempre, rende banale ogni fantasia.

Le peregrinazioni della famiglia, però, non erano ancora finite. Infatti, l’Armata Rossa, avanzando da Est, occupò Vienna nell’aprile del 1945. Insomma, l'incubo bolscevico stava per riagguantare la famiglia in fuga, come nel 1917 e nel 1940, minacciando ancora una volta la deportazione o la morte. Per questo, i Van der Bellen si dovettero trasferire all’estremo occidente austriaco, in Tirolo, sotto la protezione degli Alleati. L’occupazione sovietica in Austria finì solo nel 1955, quando il paese venne riunificato e divenne neutrale. Poi, il giovane Alexander Van der Bellen, nella stagione della contestazione del ’68 poté abbracciare liberamente la causa della sinistra. Un tradimento? Lui, agnostico di formazione luterana, prima socialista poi ecologista, dice alla Die Presse che nella sua famiglia si parlava poco degli orrori staliniani. E che quello, comunque, è un capitolo storico concluso.