• L'ARRIVO DEGLI AIUTI

Venezuela, il D-Day umanitario contro Maduro

È il D-Day per il regime di Nicolas Maduro. Oggi parte la "valanga umanitaria". Migliaia di volontari saranno pronti alle frontiere per sbloccare oltre 600 tonnellate di aiuti raccolti. Il regime di Maduro intende impedirlo anche con la forza e dopo aver rifiutato gli aiuti, sta chiudendo i confini. E i venezuelani muoiono di fame e di stenti

Marcia di attivisti al confine fra Colombia e Venezuela

È arrivato il D-Day del regime di Nicolas Maduro. Oggi 23 febbraio parte la "valanga umanitaria". Un evento senza precedenti nella storia: migliaia di volontari saranno pronti alle frontiere per sbloccare l’ingresso di oltre 600 tonnellate di aiuti raccolti. Le carovane avanzeranno con tonnellate di medicinali e integratori alimentari dalla Colombia, dal Brasile e via mare da Curaçao.

Il presidente “ad interim” Juan Guaidó si trova al confine tra Cucuta (Colombia) e Tachira (Venezuela), per guidare l’apertura del canale umanitario. Insieme a lui una quindicina di deputati, che hanno superato numerosi ostacoli, con l’aiuto del popolo, con una resistenza pacifica: i tre pullman che hanno portato i parlamentari sono stati accompagnati dalla gente lungo il percorso, sfidando la Guardia Nazionale che ha provato a bloccarli in diverse occasioni. E uno degli autisti è stato gravemente ferito alla testa da un oggetto contundente, dopo l’attacco violento di gruppi bolivariani.

Nel frattempo, il regime tenta di alzare il muro. Il dittatore ha ordinato la chiusura totale  delle frontiere con il Brasile e lo spazio aereo tra le Antille olandesi, così come “sta valutando” la chiusura del confine con la Colombia. E la Guardia Nazionale Bolivariana (Gnb), che risponde a Maduro, viene dispiegata lungo il confine. “Si credono Superman, pensano che sono Rambo contro il mondo. Noi siamo Bolivar e Chavez, mille volte più coraggiosi di Rambo e Superman”, si è vantato il “delfino di Chavez” durante una visita ai generali che lo sostengono. Ma perfino il muro di Berlino è caduto. Lo ha ricordato il vescovo Mons. Ovidio Pérez Morales: “è come la caduta del muro di Berlino, la gente sta demolendo in modo massiccio il muro dittatoriale del narco-dittatore castro-comunista. L'ora è arrivata! Dio è grande e onnipotente! Dio benedica l'opera di liberazione e ricostruzione!”, ha scritto su Twitter.

Non si sa come funzionerà l’apparato operativo per l’apertura del canale umanitario. Ma Guaidó ha affermato che oltre ai confini terresti, saranno utilizzati anche i porti di Puerto Cabello e La Guaira, per garantire medicine a 250.000 malati a rischio di morte e già identificati in diversi ospedali del Paese. Una nave è partita mercoledì scorso da Porto Rico e naviga attraverso il Mare dei Caraibi, in attesa della possibilità di far sbarcare 250 tonnellate di aiuti. Al tempo stesso, si ha la certezza che il regime userà metodi violenti. Venerdì sono state uccise due persone e 13 indigeni sono stati feriti a colpi di pistola, dopo l’attacco della Guardia Nazionale contro i Pemones, una comunità indigena favorevole all'ingresso degli aiuti umanitari nel paese.

Mentre il dittatore si aggrappa al potere, il popolo venezuelano muore. I calcoli di Medici per la Salute confermano che almeno 1.557 persone sono morte nei più grandi ospedali del Venezuela per cause associate alla mancanza di rifornimenti negli ultimi tre mesi. Altri 79 sono morte durante i blackout elettrici, così frequenti nel paese sudamericano per il deterioramento del servizio e che secondo il regime sono il risultato di sabotaggi terroristici. Inoltre, l'87% delle famiglie venezuelane vivono al di sotto della soglia di povertà; i venezuelani hanno perso, in media pro capite, 11 chili dal 2017; e gli indicatori di salute e mortalità raggiungono livelli che di solito si osservano solo nei paesi in guerra.

In tutto ciò, il Venezuela è scosso da una lotta pacifica per la libertà. Il Presidente del Parlamento eletto nel 2015, Juan Guaidó, il 23 gennaio ha deciso di dire basta a un dittatore che ha costretto più di 3 milioni e mezzo di persone a scappare del Paese per la crisi. Guaidó si è proclamato presidente ad interim, non per sua ambizione, ma in virtù di una lettura fedele della Costituzione i cui articoli 233 e 350 affidano al Presidente del Parlamento le redini del paese per organizzare nuove elezioni, in caso di assenza di un presidente democraticamente eletto.

Serve però che le forze armate venezuelane stiano dalla parte del popolo. Non si sa come sarà la reazione del braccio militare di Maduro. Durante l’incontro di Donald Trump con la comunità venezuelana residente a Miami, il senatore americano Marco Rubio ha predetto “il peggio” per Nicolás Maduro e ha augurato “la prigione” al numero due del regime, Diosdado Cabello, segnalato dall'agenzia federale americana DEA per narcotraffico. “Il futuro della democrazia in Venezuela è nelle mani di sei uomini”, ha affermato, e ha promesso che non ci sarà alcuna “purga militare” contro coloro che appoggiano Juan Guaidó, riconosciuto come presidente ad interim da oltre 50 paesi, tra cui gli Stati Uniti. Oggi è il D-Day e le carte sono in tavola.