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Via al Concistoro, con l'ombra dei dubia

Domani sarà il giorno del terzo concistoro di Papa Francesco per la creazione di 17 nuovi cardinali, di cui 13 elettori e 4 ultraottantenni. Un concistoro particolare, sopratutto dopo la lettera dei quattro cardinali con i “dubia” su Amoris laetitia. Perché nonostante i vari tentativi di minimizzare o ghettizzare la portata delle domande i dubbi ci sono e interessano qualche cardinale in più rispetto ai quattro che hanno preso carta e penna

Domani sarà il giorno del terzo concistoro di Papa Francesco per la creazione di 17 nuovi cardinali, di cui 13 elettori e 4 ultraottantenni, tra cui il sacerdote albanese don Ernest Simoni sopravvissuto alla dura persecuzione del regime comunista.

La celebrazione sarà alle 11 nella Basilica di S. Pietro a cui seguiranno, nel pomeriggio, le visite di cortesia tra il Papa e i cardinali. Dopo questo concistoro il numero di cardinali elettori sarà di 121, mentre i non elettori saranno 107, per un totale di 228 porpore. Gli elettori del conclave nominati da Papa Francesco saliranno al 36% del totale, mentre quelli creati da Benedetto XVI restano il 46% e quelli di Giovanni Paolo II il 18%.

Tra i nuovi cardinali quelli più in vista sono monsignor Kevin Farrel, prefetto del neo dicastero per i laici, famiglia e vita; monsignor Blase Cupich, arcivescovo di Chicago; monsignor Jozef de Kesel, primate del Belgio; e monsignor Carlos Osoro, vescovo di Madrid. Tutti e quattro sono considerati molto vicini alla sensibilità di Papa Francesco perché sembrano incarnare al meglio l'idea di vescovo cara a Bergoglio.

Il prefetto del neo dicastero per laici, famiglia e vita si è recentemente espresso a proposito del dibattito sull’esortazione post-sinodale Amoris laetitia, dichiarando che il testo sarà «il documento guida» del suo lavoro a Roma. E’ «un documento pastorale», ha detto, «che ci insegna come dobbiamo procedere. Credo che dobbiamo prenderlo così com’è». In questo senso ha sottolineato che non si spiega «come e perché alcuni vescovi sembrano pensare che occorre interpretare questo documento».

Il primate del Belgio, mons. de Kesel, ha recentemente affrontato in una conferenza il tema del rapporto tra Chiesa e modernità, affermando che il contesto multiculturale in cui viviamo segna la fine di «una religione culturale». Per questo occorre «accettare la modernità» e, come ha detto in un’altra intervista, occorre «una chiesa viva, aperta al mondo» e «solidale».

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca l’arcivescovo di Madrid, mons. Carlos Osoro, che, in un intervento al portale Vatican Insider, ha dichiarato che «il dialogo è essenziale. L’apertura ad ascoltare chi la pensa diversamente è importante. (…) La nostra missione, come Chiesa, è costruire una grande famiglia». E' il ritratto comune di queste nomine cardinalizie: vescovi in uscita e dialoganti, alternativi a quei prelati ritenuti “guerrieri culturali” concentrati su battaglie di contrasto con il mondo.

D’altra parte l’arcivescovo di Chicago, Blase Cupich, in una recente intervista alla rivista dei gesuiti degli Usa, America, ha detto che i vescovi che si ribellano pubblicamente a Papa Francesco «non capiscono cosa significa essere vescovi nella Chiesa Cattolica». Il riferimento era più o meno diretto alla recente uscita pubblica della lettera che quattro cardinali hanno inviato al Papa per fare chiarezza su alcuni punti importanti dell’esortazione Amoris laetitia.

In effetti, Cupich è ritenuto l'espressione della svolta che il Papa vorrebbe per l'episcopato statunitense, eppure proprio i vescovi americani qualche giorno fa hanno eletto il loro nuovo presidente e il suo vice, mostrando che la stagione dei cosiddetti vescovi “culturali” è tutt’altro che finita. Infatti, il neo presidente della Conferenza episcopale degli Usa è il cardinale di Galverston-Houston, Daniel Di Nardo, 67 anni, già per tre anni vicepresidente; e numero due è stato eletto l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez, 65 anni, sacerdote dell'Opus dei. Due prelati considerati teologicamente “conservatori”, sebbene entrambi abbiano rilasciato dichiarazioni che buttano acqua sul fuoco rispetto alla loro presunta elezione in chiave “anti-Francesco”. A titolo di cronaca ricordiamo che il cardinale Di Nardo, tra l’altro, è uno dei tredici cardinali che firmarono una lettera al Papa che chiedeva conto di alcuni aspetti procedurali durante il Sinodo dell’ottobre 2015.

Molti hanno voluto vedere nell’elezione di monsignor Gomez, messicano di origine ispanica, una sorta di risposta dell’episcopato americano all’elezione di Donald Trump sui temi dell'immigrazione, ma è una visione riduttiva: la sua elezione è stata semplicemente una sorpresa.  Molti, da tempo, si aspettavano una berretta rossa per Gomez, e avevano rilevato con stupore l'assenza del vescovo di Los Angeles dalla lista per il concistoro di domani.

A lui sono stati preferiti, appunto, Cupich e Joseph William Tobin, neo vescovo di Newark. Quest’ultimo era stato estromesso nel 2012 dalla curia romana, dove lavorava alla congregazione per i religiosi, in quanto aveva manifestamente appoggiato le suore americane progressiste dell'Lcwr. Ma se Tobin pare avere la sua rivincita con la porpora consegnatagli da Francesco, anche l'elezione di Gomez (insieme a Di Nardo) rappresenta una risposta dei vescovi americani in merito alla linea “politica” che intendono perseguire. 

Vivremo quindi un concistoro particolare, sopratutto dopo la lettera dei quattro cardinali con i “dubia” su Amoris laetitia. Perché nonostante i vari tentativi di minimizzare o ghettizzare la portata di queste domande, e con gli ovvi riferimenti all'unità cum Petro et sub Petro, i dubbi ci sono e interessano qualche cardinale in più rispetto ai quattro che hanno preso carta e penna.