a cura di Stefano Fontana
  • TRIESTE

Via libera a gay pride? La libertà di espressione non è assoluta

Per il prossimo 8 giugno, dopo una serie di manifestazioni in varie parti della regione Friuli Venezia Giulia, è previsto a Trieste il Gay Pride. Antonella Nicosia, presidente di Arcigay Arcobaleno Trieste Gorizia, ha detto che non verranno richiesti patrocini né al comune di Trieste né alla Regione, ma saranno richiesti ad altri comuni.

Per Trieste si tratterebbe della prima volta di un Gay Pride al quale, da quanto si legge dai media locali, non ci sono opposizioni, tranne qualche sparuto e coraggioso consigliere comunale. L’idea diffusa anche tra coloro – istituzioni o singole persone che siano – che dissentono dalla Cirinnà e dal riconoscimento pubblico delle unioni civili tra persone omosessuali, è che comunque la manifestazione omosessualista va permessa e accettata in quanto manifestazione libera di libere opinioni.

La signora Nicosia non chiede il patrocinio a Comune e Regione perché sa bene che le attuali amministrazioni non lo concederebbero, però queste stesse amministrazioni non impediscono né contrastano la manifestazione, come si vuol dire, di un libero pensiero.

Mi chiedo se accettare una simile manifestazione pubblica sia in linea con la Dottrina sociale della Chiesa o meno. Non mi riferisco al tema del riconoscimento giuridico dell’omosessualità, né alla parificazione per legge delle unioni civili al matrimonio, né al presunto diritto di introdurre la concezione omosessualista nei programmi scolastici. È assodato che tutto ciò contraddice la Dottrina sociale della Chiesa. Mi chiedo, piuttosto, se la manifestazione del Gay Pride sia ammissibile da parte dell’autorità politica che, come è noto, ha come scopo il bene comune. 

La risposta ad una simile domanda è no: l’autorità politica non dovrebbe consentire tale manifestazione perché così facendo concederebbe ad una visione disordinata delle relazioni sessuali una “dignità” pubblica che non può avere. Il Gay Pride “promuove” l’omosessualismo, considera l’esclusività pubblica della relazione tra uomo e donna una discriminazione, diffonde (anche in modo sguaiato ma non è tanto questo che importa…) una cultura dei diritti che non esiste, promuove il relativismo in un settore molto delicato e che sta alla base della convivenza sociale, diffonde una cultura anti-familiare.

All’omosessualismo sono collegati anche l’adozione di minori da parte di coppie gay, la fecondazione artificiale, l’utero in affitto, ossia pratiche e tendenze innaturali che apertamente contrastano con il bene comune. 

Così dicendo si incontra un argomento, quello della libertà di espressione, che era molto presente nella Dottrina sociale della Chiesa preconciliare e che è invece quasi scomparso da quella postconciliare. La libertà di espressione non è un diritto assoluto, come sembra essere per le democrazie moderne figlie dell’ideologia illuministica. Oggi non si censura più niente, ma ci sarebbe molto da censurare.

Non per spirito repressivo o dittatoriale ma per difendere il bene della comunità. Ciò deve valere anche per le manifestazioni pubbliche come un Gay Pride. Chi si sentirebbe di approvare questo principio? Tutte indistintamente le manifestazioni pubbliche devono essere tollerate come diritto di espressione. Anche una manifestazione di pedofili? Anche una manifestazione di uomini e donne nudi? Anche una manifestazione di sostenitori delle camere a gas per qualche categoria di persone? È evidente che se qualche tipologia di manifestazione pubblica non è ammissibile, allora vuol dire che il diritto di espressione non è assoluto.

L’ambito pubblico non è l’ambito della libertà senza criteri, ma l’ambito della libertà responsabile e, quindi, non individualista ma solidale. La libertà responsabile significa che c’è un uso illecito della libertà, quando questa si sgancia da un ordine di doveri oggettivi che sorgono dalla natura stessa della persona e della società. L’autorità politica non è lì per garantire la libera espressione di una libertà scriteriata, come testimonia il fatto che molte manifestazioni non vengono autorizzate, ma per garantire il rispetto dei valori fondamentali che fanno di quella politica una comunità: sono i valori e i doveri morali a tenerci insieme e non i diritti.