• LA MORTE DEL REGISTA

Zeffirelli, il cattolico estetico che ci donò il "volto"

Il Cristo di Zeffirelli colpì talmente l’immaginario che ancora oggi ci si immagina Gesù così. Merito di un regista che, come Gibson, era credente, pur nelle complessità delle cadute. Mai comunista, omosessuale, ma non militante, è morto pregando molto. Nei suoi film ha mostrato la bellezza del Cristianesimo, come ha sempre fatto la Chiesa nell'arte e nella liturgia. 

Una sera, a cena in un ristorante italiano, il regista polacco Krystzsof Zanussi mi commentò da par suo il kolossal zeffirelliano Gesù di Nazareth. «Vedi - disse - se guardi un santino o un dipinto sacro, cogli subito che l’immagine rimanda a Qualcos’Altro. Ma se vedi Gesù in un film, quel che vedi è, per te, Lui». Mi chiarii subito perché, nei film hollywoodiani fino a Ben Hur compreso, Cristo era sempre mostrato di spalle o da lontano, così lontano da rendere impossibile coglierne i tratti.

L’incanto venne rotto nel 1961 da Il re dei re di Nicholas Ray, dove un bellissimo Jeffrey Hunter sparava il volto di Gesù in primo piano. Ma il suo era un viso “americano”, biondo e con gli occhi azzurri, e il risultato complessivo era una specie di profeta minore, non il Figlio di Dio. Ci si misurò, com’è noto, anche Pasolini, col suo Vangelo secondo Matteo. Poi venne La più grande storia mai raccontata, dove Max von Sydow impersonava un Cristo più ieratico.

A quel punto fu Zeffirelli a prendere in mano la situazione trovando l’attore inglese Robert Powell, una faccia-di-Cristo a tutt’oggi insuperata: nemmeno Jim Caviezel di The Passion era così «somigliante». Il Cristo di Zeffirelli colpì talmente l’immaginario che ancora oggi non è raro trovare santini o foglietti per la messa i  cui disegni  ricalcano sfacciatamente quel Gesù del 1977. Il grandissimo senso estetico di Zeffirelli si profuse, in quell’ormai lontano sceneggiato, in tutti i particolari, tanto che ogni volto, dalla Madonna a san Pietro, risultava azzeccatissimo, perfino lo sbrigativo soldataccio Pilato-Rod Steiger.

Zeffirelli, a mio avviso, toccò l’apice della sua arte in quel lavoro. Lavoro che, sempre a mio avviso, non avrebbe potuto fare con quella perizia se non fosse stato lui stesso un credente. E non è un caso se i due migliori film sul tema sono stati quello suo e quello di Mel Gibson, cioè di due registi credenti. Ovviamente, credenti a modo loro, certo, ma di questi tempi da un artista non si può pretendere di più. L’epoca del Beato Angelico è, ahimè, tramontata.

Gibson, più tormentato, sessualmente e alcoolicamente intemperante. Zeffirelli, omosessuale ma riservato, un vero gentiluomo lontano dalle chiassate e dalle volgarità dell’ideologia. Per un parallelo, gli stilisti Dolce&Gabbana, omosessuali ma cattolici e rispettosi della dottrina della Chiesa; almeno fino a quando il gay-system internazionale non li minacciò nella scarsella costringendoli a piegarsi al gayamente corretto.

Per Zeffirelli la cosa fu diversa, sempre. Fino all’ultimo la sua vita privata erano fatti suoi e mai volle mischiarsi alla gazzarra del nuovo Sol dell’Avvenire. Forse era troppo anziano per farlo, ma credo di no. Altri «grandi vecchi» si sono comportati diversamente di fronte al nuovo-che-avanza, basta pensare al poeta Ungaretti e al Sessantotto. L’attrazione fatale di Zeffirelli per il cattolicesimo la si trova anche nel suo Fratello sole sorella luna, le cui canzoni ancora oggi campeggiano nei canzonieri della messa in rito italiano.

Si rivolse, non a caso, a Donovan, il menestrello scozzese (battezzato cattolico) che in quegli anni aveva riportato in auge la tradizione sonora medievale. Un cattolicesimo solo estetico, il suo? Può darsi, ma il cattolicesimo è anche questo. Per secoli la Chiesa è stata maestra di bellezza, e quanti artisti – veri - hanno trovato (o almeno intuito) la strada del Regno dei Cieli attraverso la bellezza della liturgia, dell’arte, del canto cristiani. Pensiamo all’inventore stesso del decadentismo, J. K. Huysmans, convertito dalle melodie gregoriane delle carmelitane di Parigi. O all’insospettabile Andy Warhol, che assisteva alla messa tutti i giorni (sì, proprio lui).

«Ho paura di morire. Sono credente e prego molto»: così Zeffirelli in una delle sue ultime interviste. Ma era anche un dichiarato anticomunista, a differenza di altri «esteti» come Pasolini o Visconti. Tanto da accettare una carica nell’allora vituperatissimo, nel suo ambiente, partito di Berlusconi. Se non fosse stato un genio, dati questi handicap (anticomunista, credente…) non avrebbe fatto l’incredibile carriera che ha fatto. Ci mancherà.