Sant’Ilario di Poitiers, dottore della Chiesa

È stato chiamato l’Atanasio dell’Occidente perché in spregio delle persecuzioni, similmente al grande vescovo di Alessandria d’Egitto, sant’Ilario di Poitiers (ca 310-367) consacrò tutta la sua vita religiosa alla difesa di Cristo, vero Dio e vero uomo, contrastando l’arianesimo che negava la divinità del Figlio e allora dilagante per il sostegno dell’imperatore Costanzo. E dire che il cristianesimo, per Ilario, era stato una scoperta. Nato da una famiglia benestante, probabilmente pagana, si era formato studiando retorica, aveva preso moglie e avuto una figlia. La sua fede cattolica, come scriverà, era sgorgata in lui pian piano mentre si accorgeva che le varie filosofie non lo aiutavano a trovare il senso dell’uomo e il suo fine ultimo, che scoprì solo leggendo la Bibbia e in particolare quando arrivò al prologo del Vangelo secondo Giovanni, con la riflessione sul Verbo che si è fatto carne e «ha dato potere di diventare figli di Dio» a coloro che credono in Lui.

Si fece battezzare intorno al 345 e circa otto anni dopo divenne vescovo di Poitiers: la fama da pastore di anime e la sua predicazione attrassero tra gli altri san Martino di Tours, che si pose sotto la sua guida. Poiché si batté da subito in difesa del Credo di Nicea (dove l’arianesimo era stato già dichiarato eretico) e scomunicò i vescovi ariani che avevano condannato Atanasio, gli eretici si riunirono nel 356 a Béziers, in quello che il santo definì «il sinodo dei falsi apostoli», e chiesero all’imperatore di esiliare Ilario, costretto perciò ad andare in Frigia.

In Oriente, constatando quanto fosse diffusa l’eresia, si impegnò a scrivere il suo trattato più celebre, il De Trinitate, in cui elaborò una profonda sintesi teologica del mistero trinitario, prendendo le mosse dal comando di Cristo negli ultimi versetti matteani («ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo») per dimostrare la consustanzialità tra le tre Persone della Santissima Trinità, che corroborò con esempi tratti dai Padri della Chiesa e varie altre citazioni dal Nuovo e dall’Antico Testamento. Soffermandosi sul capitolo 8 dei Proverbi, un inno alla Sapienza e cioè a Cristo, spiegò che i nomi divini non sono casuali e il Padre è tale in quanto Padre del coeterno Figlio.

Alla fine furono gli stessi ariani orientali, incapaci di controbattere alla solidissima teologia di Ilario, che chiamarono «seminatore di discordia e perturbatore dell’Oriente», a chiedere a Costanzo di farlo tornare a Poitiers. Il santo rientrò così in patria verso il 360, accolto in trionfo dai fedeli e raggiunto da Martino che fondò un monastero nella vicina Ligugé e lo aiutò nella difesa dell’ortodossia. Nello stesso tempo il sinodo di Parigi si rifece alla dottrina di Nicea e depose dei vescovi ariani, segnando una svolta dovuta in gran parte alla fortezza e amabilità di Ilario, il quale mostrò comprensione verso gli altri confratelli che, dopo aver accettato formule di compromesso per ignoranza o paura, avevano riconosciuto il loro errore. La morte di Costanzo nel 361 fu un altro colpo per l’arianesimo, perché diversi vescovi cattolici che erano stati allontanati dalle loro sedi si poterono reinsediare.

Ilario, proclamato dottore della Chiesa nel 1851 da Pio IX, è anche il primo autore cristiano latino di cui è nota la scrittura di inni, che compose per formare dottrinalmente i fedeli. Scrisse un trattato sui Salmi, spiegando che tutto ciò che vi si dice è «riferito alla venuta del Signore Nostro Gesù Cristo», nostra via per la salvezza: «Mediante la relazione con la sua carne, l’accesso a Cristo è aperto a tutti, a patto che si spoglino dell’uomo vecchio e lo inchiodino alla sua croce; a patto che abbandonino le opere di prima e si convertano, per essere sepolti con Lui nel suo Battesimo, in vista della vita».

Per saperne di più:

De TrinitateDe mysteriisDe SynodisCommento al Vangelo di Matteo